5 COSE A CUI PENSARE PRIMA DI AVERE UN FIGLIO

L’arrivo di un figlio, per una coppia, è universalmente considerato un evento a tinte rosa, portatore di felicità e gioia, un avvenimento “naturale” che, pertanto, vede il tutto accadere in modo istintivo e fluido.

In realtà, però, le cose non vanno sempre ed esattamente così

Intendiamoci, diventare genitori è, senza alcun dubbio, uno dei momenti più straordinari della vita ma, come tutti i cambiamenti importanti, porta con sé risvolti delicati di cui, però, si tende a parlar meno; quasi non si potesse associare qualcosa di “negativo” alla nascita di un figlio.

Ciò dà luogo ad una serie di conseguenze importanti che vanno dalla delusione delle aspettative che ci si crea, fino ad un vero e proprio vissuto negativo della propria esperienza come genitore. Tutte cose che potrebbero essere evitate o gestite se ci fosse un adeguato livello di informazione, di consapevolezza e responsabilità.

Comprendere quali siano le implicazioni della nascita di un figlio sulla vita di una coppia (così come di una sola persona) è fondamentale per poter andare verso una genitorialità responsabile, per essere pronti ad affrontare il cambiamento nel modo migliore o, in alcuni casi, per realizzare che, forse, la genitorialità non è conciliabile con il proprio progetto di vita. Tutto questo, naturalmente, non solo nel proprio interesse ma, prioritariamente, nell’interesse del bimbo che arriva.

Proviamo, allora, ad analizzare in pillole alcuni punti importanti.

1. MOTIVAZIONI REALI: VOGLIAMO DAVVERO UN FIGLIO?

Una delle cause principali di genitorialità disfunzionali ed infelici trova la sua origine a monte della questione; troppo spesso, infatti, si decide di avere un bambino senza porsi alcuna domanda a riguardo, senza chiedersi quali siano le reali motivazioni che spingono, come individui singoli e come membri di una coppia, ad intraprendere il percorso della genitorialità; ed a interrogarsi sul “come” su tale percorso si vuole camminare.

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Tanto è normale”, questo ci si sente dire, “fa parte della vita”.

Si è socialmente educati a considerare la nascita di un figlio come una tappa obbligata e fisiologica del ciclo-vita e, di conseguenza, non si ritiene necessario “pensarci su”.

Siamo pronti ad avere un figlio?” “Cosa significa per noi avere un bambino?” “Perché lo vogliamo adesso?” “Come cambierà la nostra vita con il suo arrivo?” “Siamo pronti ad affrontare questo impegno meraviglioso e, nello stesso tempo, totalizzante ed a tempo indeterminato?” “E che genitori pensiamo di diventare?”

Sono tutte domande che, solo raramente, le persone si pongono, con la conseguenza di ritrovarsi mamme e papà senza una reale consapevolezza, senza fondamenta solide su cui poggiare quello che, a ben vedere, è un vero e proprio progetto di vita.

Molti, addirittura, si ritrovano genitori con l’idea che il bambino salverà una relazione altrimenti prossima al capolinea.

Ma un figlio non è un “salva relazioni in crisi”, non“sana” i conflitti della coppia e non fa nascere sentimenti laddove non ci sono già.

Al contrario, sarebbe opportuno prendere in considerazione che l’arrivo di un neonato, mette alla prova la tenuta della coppia che è chiamata a ridefinirsi in termini di ruoli, compiti, ritmi, priorità ed organizzazione. Una vera e propria rivoluzione, insomma.

Quando il nuovo nato arriva in un clima già precario, dunque, non fa altro che amplificare le difficoltà preesistenti, rendendo ancora più evidenti le incomprensioni. Un bambino ha bisogno, per crescere bene, di un clima amorevole, stabile, sereno e di due genitori affiatati e consapevoli, pronti a tenersi per mano anche di fronte alle tensioni ed alle difficoltà e che abbiano chiaro un progetto di vita familiare, fondato su sentimenti solidi, condivisione di valori ed obiettivi.

Quando queste condizioni mancano, a risentirne non è solo la crescita affettiva del bambino; viene minacciato tutto il suo sviluppo neuropsicofisiologico, con conseguenze che vanno ad intaccare l’evoluzione globale dell’individuo.

Allora, forse, sedersi ad un tavolo e guardarsi negli occhi prima di mettere alla luce un figlio, è un atto di amore e di responsabilità che vale una vita!

2. RIDEFINIZIONE DI RITMI, ABITUDINI, PRIORITÀ

Una cosa spesso molto sottovalutata è lo stravolgimento di ritmi ed abitudini che è determinata dall’arrivo di un neonato a casa.

In condizioni normali, dopo il parto, una mamma ed il suo bimbo passano in ospedale 2 o 3 giorni, a seconda che si sia affrontato un parto naturale od un cesareo. Poi si torna a casa e l’avventura inizia!

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Lo spaesamento, per mamma e papà, può essere tanto: insieme alla felicità immensa per l’arrivo del bambino, ci si trova ad affrontare le sue richieste e necessità, si fa fatica a capire da subito di cosa ha bisogno e come rispondere.

Inoltre, i ritmi di sonno-veglia e di fame-sazietà sono completamente differenti da quelli di un adulto. Un neonato, volendo generalizzare al massimo, mangia ogni tre ore circa, poi bisogna attendere il cambio del pannolino; di solito, segue un sonnellino e tre ore sono già passate, si ricomincia. Tutto questo dura per i primi tre-sei mesi e va a normalizzarsi gradualmente e progressivamente nel corso del primo anno di vita. Come è facile intuire, i neo-genitori andranno incontro ad un momento di immensa felicità, ma anche di forte stanchezza. Tutte quelle che erano le abitudini della coppia, adesso sono fuori uso ed ogni pianificazione, decisione, considerazione va fatta in funzione del nuovo arrivato, in un clima di cambiamento costante.

Ma se si dice “solo” che diventare genitori è meraviglioso, che tutto fila liscio e naturale, allora può succedere che sentire la stanchezza, provare confusione e spaesamento, pensare di non farcela, porta a credere di avere qualcosa che non va, che si sta sbagliando da qualche parte, fa provare frustrazione e tensione e vivere male un evento, in realtà, bellissimo! Diversamente, sapere che si sta affrontando solo una fisiologica fase di riassestamento, caratterizzata da una certa fatica e da tanto impegno, lascia spazio a soluzioni e vissuti certamente migliori, per sé e, soprattutto, per il piccolo!

attaccamento

Le cose miglioreranno in modo graduale ma costante, statene certi!

Nello stesso tempo, però, bisogna tenere presente che anche quando i bisogni primari avranno preso una ritmica più regolare, il bambino rimarrà la priorità. I genitori avranno l’obbligo di adattare il loro stile di vita alle esigenze di un bimbo che cresce. “Prendi e parti” non sarà più possibile, poiché tutto andrà fatto a “misura di bambino”.

Siete pronti a questo? Ad un impegno irreversibile che

cambierà la vostra vita a tempo indeterminato? Perché ciò che è certo è che “Mamma” e “Papà” si rimane per sempre.

3. IL NEONATO È UN ESSERE COMPETENTE SIN DALLA NASCITA

Per secoli, i neonati sono stati considerati degli esserini bisognosi di cure, ma passivi e incapaci di grandi cose. Si era portati a pensare, quindi, che per i primi tempi, anche per i primi anni, non fosse troppo rilevante ciò che accadeva loro intorno ed a sottovalutare in modo drammatico l’importanza delle interazioni tra care-givers e neonato: “tanto ancora non capisce”, si sentiva ripetere. In questo modo, si tendeva a posticipare l’impegno educativo vero e proprio, tralasciando il valore di tutto ciò che accade nei primi 3-5 anni di vita.

Bene, non c’è errore più fatale.

Un neonato arriva alla luce, tra le braccia dei suoi genitori, con i 5 sensi perfettamente funzionanti.

Ciò significa che il neonato è in grado di ricevere tutti i tipi di informazione dall’ambiente e di iniziare ad elaborarle.

Ma c’è dell’altro: lo sviluppo del sistema nervoso, che governa tutte le nostre funzioni cognitive, motorie, emotive, affettive ecc, continua fino alla tarda adolescenza, ma tale crescita non è un processo dagli esiti scontati, tutt’altro: esso dipende proprio dalla quantità (e qualità) di stimoli che l’individuo riceve. Sono proprio gli stimoli, infatti, insieme ad una serie di altri fattori, che permettono l’evoluzione sana e articolata di un individuo: parlare col bambino in modo corretto e partecipato, giocare con lui, coccolarlo, raccontargli e spiegargli le cose, ascoltare insieme la musica, mostrargli, quindi, ciò che lo circonda, sono tutte cose che fanno parte di un processo fondamentale finalizzato a far sì che egli sviluppi al massimo le sue potenzialità; ed è un processo che, come vediamo, avviene prevalentemente nella relazione tra il piccolo e le sue figure genitoriali. È bene tenere a mente che tutto questo DEVE iniziare sin da subito, per non perdere tappe evolutive importanti, difficili poi da recuperare e che il bambino è un “terreno fertile”, sul quale nessun seme andrà perso!

Ecco, quindi, che i bambini conoscono ciò che li circonda attraverso la relazione con i propri genitori: è necessario, allora, che le mamme ed i papà si impegnino a scomporre la realtà in pezzi maneggiabili dai propri figli. È una grande responsabilità, un dovere imprescindibile, ma anche una cosa che porta in sé una straordinaria meraviglia, se ci si pensa solo un istante: “figlio mio, vieni, ti presento il mondo”!

Vostro figlio erediterà da voi proprio una visione del mondo, attraverso un processo che non conosce pause: dedicatevi con attenzione a ciò che gli mostrate ed al modo in cui lo fate. Da subito.

4. LA RELAZIONE DI ATTACCAMENTO DETERMINA LO SVILUPPO GLOBALE DELLA PERSONA

Come abbiamo appena detto, dunque, la relazione con mamma e papà è fondamentale sin da subito per il neonato, perché grazie ad essa egli impara a conoscere la realtà.

E a ben vedere, dentro la relazione con i care-giver accadono molte altre cose significative: attraverso mamma è papà, il bambino trova soddisfazione ai suoi bisogni, impara chi è, sviluppa la sua identità ed apprende modelli di relazione.

attaccamento

Il modo in cui i genitori interagiscono con il bambino, sin dalle prime battute, fa sì che il piccolo acquisisca delle conoscenze su “come vanno le cose”: ad esempio, se quando piange, le figure di accudimento gli stanno accanto e gli fanno capire che si stanno occupando di lui, imparerà a pensare di sé che è amabile, meritevole di attenzioni e cure, che il mondo è un posto “buono” e che l’”altro” è accogliente e disponibile. Al contrario, può accadere che, se le figure di accudimento, per le più svariate ragioni, non sono in grado di rispondere adeguatamente alle richieste del bambino, egli svilupperà un modello secondo il quale di fronte ad un bisogno deve cercare di cavarsela da solo poiché non merita aiuto e supporto, che l’”altro” non è rispondente e positivo, ma piuttosto inaffidabile e indisponibile.

Tutto questo inizia dal semplice cambio del pannolino, dall’allattamento, dalle coccole dei primi giorni e condizionerà, nel bene e nel male, la vita del bambino. Nelle relazioni future, da quelle con i compagni di asilo o del parco, a quella con le altre altre figure di riferimento – nonni, insegnanti, allenatori, maestri, amici e ancora fidanzati, colleghi di lavoro, compagni di squadra e compagni di vita – si rimetterà in atto lo schema di relazione appreso dai propri genitori.

Ricordate che ai bambini non importa avere genitori perfetti che fanno cose perfette al primo colpo; sono, invece, interessati a sapere che siete lì e vi state occupando di loro. Hanno bisogno di sapere che hanno una “base sicura”, usando le parole di Bowlby, cioè qualcuno che garantisca protezione, sicurezza, presenza costante ed amore, cose necessarie per la sopravvivenza.

É un impegno totalizzante, continuo.

Ma tutto questo va letto nella giusta chiave: non con ansia e preoccupazione, bensì con la consapevolezza che ogni gesto compiuto come genitore non cade nel vuoto, ma ha significato e valore per il bimbo che lo riceve, sin dalle primissime battute.

5 LA VERA SFIDA: ACCETTARE IL PROPRIO FIGLIO.

Ogni persona ha delle aspettative riguardo al proprio bambino, spera o si aspetta che abbia un certo aspetto fisico, che rispecchi i propri valori, le proprie idee, che realizzi i progetti pianificati per lui e così via.

Ma tanto frequentemente accade che, già da piccolissimi, quelle aspettative non vengano rispettate.

Si spera, per esempio, in un bimbo calmo e sorridente e, magari, ne arriva uno vivace e inarrestabile oppure piagnucoloso e difficilmente consolabile. Si spera che ami la stessa squadra di calcio del papà, che scelga lo stesso partito politico o che sposi gli stessi valori importanti per i genitori o per il suo sistema di appartenenza, tanto per fare degli esempi, ma tante e tante volte non è così. E allora?

Siete pronti ad accettare vostro figlio così come sarà e come deciderà di essere? Perché la vera sfida è proprio questa. Non è di certo difficile amarli! Nulla è più naturale. Ma siete disposti ad essere “basi sicure” anche quando i vostri figli sceglieranno di essere diversi da voi? Siete pronti a dire “per me vai bene così come sei” anche quando le loro scelte vi contrarieranno, deluderanno, adireranno, spaventeranno?

Perché un genitore “sufficientemente buono” (come ci dicono gli studi sull’attaccamento) deve essere pronto anche a questo.

Tirando le somme, tutto è riassumibile in un concetto semplice: mettere al mondo un figlio e crescere un figlio sono due cose diverse. La nascita di un bambino segna, per un genitore, una presa di responsabilità che inizia con il primo vagito e dura per sempre.

Mettere al mondo un figlio, dunque, non basta per diventare genitori; né, d’altronde, essere perfetti è necessario. Commettere degli errori è inevitabile, ma ciò che conta è essere disposti a mettersi in discussione ed a ridefinire, di volta in volta, le proprie decisioni.

Esserci” è ciò che fa la differenza, con dedizione, impegno, amore, voglia di

genitorialità consapevole

crescere, come genitore, insieme al proprio figlio, in un processo straordinario di reciprocità che non smette mai di mettere alla prova e di stupire.

Siete pronti a tutto questo?

Ogni risposta, se data a sé ed all’altro per tempo, con consapevolezza, onestà e chiarezza, è quella giusta.

Ed è un vero atto d’amore.

Psicoterapia: il primo incontro

Il primo incontro con un nuovo paziente è sempre un’esperienza intensa ed unica, come è unica la storia che quella persona porta con sé ed il modo il cui la racconta.
C’è però una costante in ogni primo colloquio, qualcosa che, sempre, mi colpisce nel profondo. Sono due aspetti strettamente collegati tra loro, come due facce della stessa medaglia: da un lato, mi arrivano forti, come un mattone nello stomaco, la sofferenza, le rinunce e la grande fatica dovute al malessere psicologico, presente, magari da anni, nella vita di chi è seduto di fronte a me in quel momento.
Dall’altra, in fondo agli occhi di chi mi parla per la prima volta, c’è sempre un baluginio, a volte appena percettibile, ma inconfondibile: è il riflesso della determinazione, della voglia di cambiare, di dire basta, di mettere un punto e girare pagina. E’ il luccichio che viene dal coraggio enorme che ci vuole per aprire il forziere del proprio dolore e per affrontarlo fino alle sue radici profonde. E’ la scintilla che scaturisce da un istinto viscerale, quello che dà la spinta propulsiva a risalire la china, ad uscire dal tunnel, a cercare la luce.
In quegli occhi, c’è una mano tesa che chiede di essere presa ed indirizzata verso una nuova via, verso il cambiamento, verso la fine della sofferenza.
Stringere quella mano ed iniziare il viaggio è una delle cose più straordinarie del mio lavoro.
Buon fine settimana a tutti voi!

Sessualità: questa illustre sconosciuta.

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La sessualità è una sfera delicata e ricca di complessità della vita di ogni essere umano, le cui articolazioni si muovono, come in un sistema di cerchi concentrici, da un livello strettamente privato e personale, fino ad un livello sociale e finanche legislativo.

Le movimentazioni degli ultimi giorni per il riconoscimento dei diritti civili alle coppie omosessuali ne sono un esempio: ci si schiera per far sì che un certo gruppo di persone, connotato in base ad un aspetto della propria sessualità, possa godere o meno del diritto di unirsi in matrimonio e formare, di conseguenza, una famiglia.

Si comprende subito, quindi, quanto la dimensione sessuale della vita individuale e collettiva sia significativa. Ciò nonostante, molti suoi aspetti sono avvolti da grande confusione. Si è portati ad “agire” la sessualità o a costruirsi delle convinzioni a riguardo, dando per scontate molte cose e tralasciando la comprensione e la conoscenza di alcuni elementi basilari che aiuterebbero ad avere le idee più chiare ed a vivere questa sfera della propria ed altrui vita con maggiore consapevolezza e fluidità. Non da meno, diffondere una cultura della conoscenza rispetto alla sessualità, sarebbe di grande sostegno a livello sociale: come abbiamo appena visto con l’esempio delle coppie omosessuali, le idee riguardo a vari ambiti della vita sessuale condizionano la visione di sé e dell’altro, ci portano a ritenere giuste o sbagliate determinate condotte o modi di essere e sentire, il che, inevitabilmente, si traduce ad un livello ancor più spinoso e ampio: ci porta, cioè, a ritenere che certi diritti appartengano ad alcuni, ma non ad altri, proprio in funzione di aspetti della sessualità che comprendiamo solo parzialmente o, più drammaticamente, che siamo abituati a considerare in maniera distorta e fuorviante.

Questa carenza strutturale nelle conoscenze legate alla sessualità, inoltre, appare del tutto slegata ed ingiustificabile in un momento storico in cui parlare di questi argomenti è attività sdoganata e comune. Tanti tabù e reticenze che, solo fino ad un paio di decenni fa, aleggiavano attorno a tali tematiche sono ormai solo un ricordo e sono stati soppiantati da una sorta di “libertinaggio” e di ostentata “naturalezza” riguardo al sesso: tutti ne parlano, tutti lo fanno, tutti lo sanno, tutto va bene. Ciò che però salta all’occhio è che tale apertura nei confronti del sesso e delle sue manifestazioni non sia supportata da una adeguata conoscenza di base ed appaia slegata dalla dimensione relazionale ed intima che le fa da contorno. Cerco di spiegarmi meglio: si parla letteralmente ovunque di rapporti sessuali, di contraccezione, preservativi e pillole del giorno dopo; qualunque canale di comunicazione – dalla televisione, alla radio, dalla letteratura, alla fotografia – manda messaggi sessuali espliciti e diretti, ma provate a chiedere al vostro vicino di scrivania, di tavolo, di poltrona, di casa di parlarvi del ciclo mestruale, o di spiegarvi cosa significhi etero, omo e bisessualità, provate a farvi raccontare cosa vuol dire “trans” e che cosa è, secondo lui/lei, l’intimità; provate, poi, a leggere le notizie della settimana e a non trovare nota di un qualche pestaggio o atto di bullismo nei confronti di persone con una sessualità diversa da quella “eteroconnotata” e, ancora, di gesti estremi da parte di persone – generalmente giovanissimi – vessate per aspetti, reali o presunti, legati alla propria sessualità.

Bene, già ad una prima, semplice osservazione, emerge la complessità dell’argomento che stiamo affrontando; si rileva facilmente una discrepanza, una sorta di scissione tra la facilità con cui si parla di sesso e sessualità e la labilità delle basi su cui tale “facilità” sia poggiata.

Con l’obiettivo di aprire spazi di riflessione che possano condurre ad idee e convinzioni scientificamente motivate riguardo alla dimensione psicosessuale, ci soffermeremo su alcuni concetti in apparenza molto semplici ma fondanti. Entreremo nei meriti di queste definizioni, cercando di comprenderne le articolazioni e il modo in cui esse si intreccino nel complesso percorso di sviluppo della sessualità umana; un processo, questo, tutt’altro che semplice ed univoco, con esiti per nulla scontati e molto lontani dall’essere determinati unicamente dal sesso di nascita.

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Iniziamo specificando che si definisce “sesso” l’insieme dei caratteri anatomici e fisiologici che contraddistinguono, all’interno di una specie, il maschio e la femmina. Per avere una visione completa, differenziamo tra il sesso cromosomico, quello gonadico e quello fenotipico. La definizione del sesso cromosomico, nell’essere umano, inizia al momento della fecondazione e deriva dall’incontro dei gameti maschile e femminile. Il patrimonio cromosomico che determina il sesso femminile è dato da una coppia di cromosomi X (XX); quello maschile, invece, da una coppia di cromosomi XY. Poiché il patrimonio genetico di ogni individuo è costituito da metà patrimonio materno e metà paterno, il sesso del bambino è definito dal cromosoma proveniente dal padre; dalla madre, infatti, può provenire solo un cromosoma X (avendo due XX), mentre dal patrimonio paterno può provenire o un cromosoma X o uno Y che sarà, quindi, quello determinante nella definizione del sesso cromosomico del feto. Sfatiamo, quindi, un antico e falso mito che ha portato al ripudio e al disconoscimento di tante mogli e regine, poiché considerate “incapaci di dare l’erede maschio”…storia di vita vera e nemmeno troppo remota, purtroppo. Un esempio di come la mancanza di conoscenza genera pregiudizi e false credenze, con nefaste conseguenze. Sesso gonadico e sesso fenotipico si riferiscono rispettivamente ai caratteri sessuali primari, relativi cioè all’apparato sessuale vero e proprio, e secondari cioè quelli che compaiono a seguito della pubertà (peli, barba, allargamento delle spalle negli uomini, o seno, allargamento del bacino e peluria nelle donne, ad esempio). Se tutto procede in modo lineare, c’è corrispondenza tra il sesso cromosomico, il sesso gonadico e quello fenotipico. Tuttavia, esistono circostanze particolari in cui, a causa di alterazioni di varia natura, tale corrispondenza può venire a mancare a causa di anomalie genetiche: il sesso visibile alla nascita, nel corso dello sviluppo, non trova riscontro nei caratteri sessuali secondari che vengono a manifestarsi esteriormente, come avviene nelle sindromi dette intersessuali, (ad es. quella di Klinefelter o di Turner).

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Ma la componente biologica della sessualità è solo uno dei tasselli coinvolti; esistono numerose altre variabili di natura più articolata che è utile prendere in considerazione. Incontriamo, dunque, il concetto di “genere”, un costrutto culturale che si riferisce a tutti gli attributi che una particolare cultura ritiene appropriati agli individui di un determinato sesso. Questa definizione ha origine nel 1837 con Usk, ma si diffonde, poi, negli anni Settanta, grazie al movimento femminista che inizia a differenziare proprio tra le connotazioni fisiche e le componenti socioculturali, legate, quindi, al comportamento e al modo di fare. Come ci spiega bene Foucault, già nel 1961, mentre il sesso è un elemento fisso, il genere va inteso come una variabile fluida che cambia e si modifica in contesti ed epoche diverse; fino a qualche tempo fa, ad esempio, alcuni lavori erano connotati come ad esclusiva pertinenza maschile – pensiamo a ruoli manageriali, alle carriere militari, alla guida dei mezzi pesanti e così via -. Grazie ad un radicale cambiamento socio-culturale, oggi tali attività sono sdoganate alle donne; nello stesso tempo, si vedono tanti uomini impegnati, ad esempio, nella cura dei figli o della casa, da sempre considerate di stretta pertinenza femminile. Ecco quindi come, attraverso le correnti di cambiamento, il “genere” muta le sue connotazioni.

Un altro concetto estremamente interessante, sul quale regna una grande fumosità, è quello

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dell‘identità di genere. La definizione più solida è quella di Money (1975), secondo il quale essa si riferisce “al senso di sé, all’unità ed alla persistenza del propria individualità maschile, femminile o ambivalente di grado maggiore o minore. Essa è l’esperienza personale del proprio ruolo di genere”; indica un continuo e persistente senso di sé come maschio o come femmina (o come percepito dalla persona). Ci si riferisce, quindi, al “sentirsi” appartenenti ad un determinato sesso. L’identità di genere è di solito congruente con il sesso biologico: i caratteri sessuali e l’apparato genitale coincidono, dunque, con il sesso cui la persona “sente” di appartenere. Sono donna e mi sento tale, ad esempio. In alcuni casi, però, questa congruenza viene a mancare. Ci sono persone con il corpo ed i caratteri sessuali appartenenti ad un sesso ma che si “sentono” intimamente appartenenti al sesso opposto. È il caso delle persone con disturbo dell’identità di genere (DIG) o transessualismo. Tale disturbo meriterebbe un capitolo a sé; ci limitiamo in questa sede ad alcuni cenni che possono facilitare la comprensione di uno stato estremamente doloroso e faticoso per tutti coloro che lo vivono. Il DIG può avere origine molto precocemente ed essere diagnosticato già in età infantile, quando, cioè, inizia a strutturarsi il proprio senso di sé come essere sessuato, vale a dire come maschio o come femmina. L’elemento centrale che conduce ad una diagnosi di questo tipo è proprio la sensazione che la persona racconta di essere “incastrata”, “intrappolata” in un corpo che non le appartiene, poiché non coincidente con il proprio “sentirsi” uomo o donna. Il travaglio e la sofferenza prima di arrivare a comprendere bene ciò che si prova nei confronti di se stessi e del nucleo sessuato della propria identità sono enormi; senza contare, poi, il difficile percorso successivo ad una diagnosi: cosa fare a quel punto? Una delle strade è quella della riattribuzione chirurgica del sesso, processo irto e lungo, oltreché doloroso e fortemente invasivo, se si pensa ai numerosi interventi chirurgici e all’assunzione perenne di farmaci ed ormoni. Chi affronta questa strada, diventa transgender a tutti gli effetti e, per la legge italiana, ha diritto a cambiare legalmente le proprie generalità: per la legge, quindi, il cambio di sesso viene riconosciuto e accettato. Ciò fa comprendere il peso e l’importanza del DIG a livello sociale e culturale.

Non tutte le persone con DIG decidono di procedere per questa strada (quindi un transessuale NON necessariamente è una persona che ha cambiato sesso, ma è una persona con DIG); alcuni modificano il loro corpo solo in modo parziale, altri continuano la propria vita cercando un adattamento del proprio aspetto all’intimo modo di percepirsi, senza intervenire chirurgicamente. Questi sono solo alcuni esempi della complessità di vita di chi vive una condizione come questa che fanno, però, ben comprendere la sofferenza e le vicissitudini che permeano la condizione di un transessuale. Dunque, una persona con DIG, è bene specificarlo, non è “pazza” o “fuori di senno”, non sceglie di cambiare sesso perché ha una forma di perversione o una sessualità patologica. Una persona con DIG vive una condizione di disturbo legata ad una mancanza di concordanza tra sesso cromosomico e sesso percepito, le cui origini sono riconducibili ad un complesso intreccio di fattori genetici, relazionali e ambientali.

Altra componente della psicosessualità di enorme rilievo è l’orientamento sessuale; Dettore lo definisce come “la modalità di risposta della persona ai diversi stimoli sessuali“. Ci dice che la “dimensione più importante dell’orientamento sessuale è il sesso del partner, inteso come persona in grado di indurre eccitamento sessuale (ed www.francescamorelli.comanche risposte sentimentali/affettive), che definisce l’orientamento di una persona come eterosessuale, omosessuale o bisessuale.” L’orientamento sessuale, quindi, ci dice “cosa” ci piace, ci induce eccitamento, ci attrae. Tale comprensione è arrivata dopo anni di studi e dibattimenti che hanno portato a conclusioni importanti. Per anni le persone omosessuali sono state considerate come portatrici di un disturbo grave prima della personalità, poi della sessualità. Solo nel 1973 inizia il processo di “depatologizzazione” dell’omosessualità; nella terza edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM), infatti, essa non è più presente tra le patologie sessuali; bisogna, poi, aspettare il 1993 perché anche l’OMS, organizzazione mondiale della sanità, prenda atto di tale stato di cose e proclamil’omosessualità come variante non patologica del comportamento sessuale. Risulta, quindi, decisamente fuori contesto e infondato, oggi, da un punto di vista scientifico, oltreché umano, considerare le variazioni dell’orientamento sessuale come aspetti patologici della sessualità. Ad oggi sono ormai numerosissimi i dati che mostrano come l’orientamento sessuale non abbia alcun collegamento e/o influenza sulla salute mentale dell’individuo. La popolazione eterosessuale e quella omosessuale non presentano alcuna diversità in tal senso.

Esistono, in ambito clinico, patologie legate a variazioni dell’oggetto sessuale (cioè di cosa provoca eccitamento) note come parafilie (il feticismo, il feticismo da travestitismo, il sadismo, il masochismo, la pedofilia e via di seguito), che vengono definite patologiche poiché provocano sofferenza o umiliazione di se stessi e/o del proprio partner e coinvolgono persone non consenzienti o, addirittura, bambini. Capiamo, quindi, come la componente affettiva e relazionale, nelle parafilie, sia fortemente compromessa e come ciò non abbia nulla a che vedere con l’orientamento sessuale.

Infine, capiamo cos’è il “ruolo di genere”: esso si riferisce al modo personale e soggettivo con

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cui ogni individuo agisce il proprio essere uomo o donna; dipende molto dai fattori ambientali e socio-culturali con cui l’individuo interagisce durante la sua crescita e da quanto egli si conforma o meno ad essi; capita di sentir definire alcune donne “mascoline” o alcuni uomini “effemminati” o femminei, proprio perché nel loro modo di vivere il ruolo di genere si discostano dai canoni socialmente attribuiti al proprio sesso di riferimento. Ciò, non ha nulla a che vedere con l’orientamento sessuale e con la propria identità di genere, ma è connesso solo ed esclusivamente al modo di vivere il proprio essere uomo o donna, in perfetta coerenza con il proprio sesso biologico e la propria identità di genere. Per intenderci, atteggiamenti “effemminati” in un uomo non sono necessariamente indicativi di omosessualità, ma solo di un modo di vivere il proprio essere uomo. Idem per le donne. Nello stesso modo, omosessuale uomo non significa “effemminato”, né omosessuale donna vuol dire “mascolina”. Orientamento sessuale e ruolo di genere non si condizionano a vicenda! La definizione del ruolo di genere è, ancora una volta, frutto di variabili personali, ambientali e socioculturali, elaborate in modo soggettivo da ogni persona.

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Capiamo, quindi, alla fine del nostro breve viaggio nella sessualità umana, come ogni suo aspetto sia il frutto di un complesso processo di interazione tra fattori biologici, ambientali, culturali, sociali, esperienziali ed affettivi. Sono moltissime le variabili in gioco e, ancor di più, gli esiti cui il processo di sviluppo della sessualità può condurre. Nessuna persona decide deliberatamente a quale sesso biologico appartenere e, nello stesso modo, nessuno di noi sceglie di avere un’identità di genere congruente o meno con il sesso “visibile”, né sceglie da cosa è attratto sessualmente ed affettivamente; semplicemente “sente” ciò che è. Il risultato è che ogni essere umano è una storia a sé, ha una sua unicità, frutto di una miriade di tasselli che si sono incastrati tra di loro in un modo irripetibile e caratteristico. Ciò va sempre considerato quando si ascolta se stessi, quando ci si pone questioni e si prendono posizioni rispetto ad espressioni della sessualità differenti dalla propria e, ancor di più, quando si prendono posizioni ideologiche riguardo a questioni di rilevanza sociale.

La sessualità andrebbe sempre considerata come una componente fondante dell’essere

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umano e, ove essa non leda la libertà, l’incolumità e l’intimità altrui, non andrebbe in alcun modo intesa come patologica. Molto spesso, si è portati a ritenere cio che è “diverso” da sé come peggiore o pericoloso. Questo ci spaventa e la reazione immediata è, con frequenza, quella di etichettare e allontanare, senza fare lo sforzo di comprendere. In tal senso, ogni individuo ha diritto di vivere in una società che ne tuteli la libera espressione, che diffonda conoscenza, in un contesto che spinga in modo naturale verso un’ottica di integrazione ed accoglienza, chiave eletta di una società civile.

(LE IMMAGINI SONO REPERITE DAL WEB)

Le relazioni pericolose

(IMMAGINI DAL WEB)

Ogniqualvolta ci troviamo di fronte alla notizia di una qualche donna vittima di violenza, il dispiacere e lo sconcerto che proviamo sono generalmente accompagnati da una percezione di distanza, come se vicende di quel tipo non potessero riguardarci troppo da vicino, come se le donne violentate, sfigurate o uccise fossero altre, diverse, lontane. E quindi quello sdegno iniziale, quella incredulità, pian piano diventano meno vivide e abbassiamo la guardia, ci distraiamo, fino ad una nuova notizia di qualche donna violentata, sfigurata o uccisa.

Poi, ancora quel meccanismo di distanziamento che ci aiuta a sentirci al sicuro, lontani dal pericolo, fino ad una nuova notizia, in un vortice continuo e, di fatto, ancora senza fine, come ci confermano i dati ISTAT 2014 sull’argomento (http://www.istat.it/it/archivio/161716) e quelli appena pubblicati, con gli aggiornamenti del quadro che si è delineato durante la pandemia (https://www.istat.it/it/archivio/250836).

Se è vero che molti episodi di violenza, soprattutto sessuale, sulle donne hanno carattere episodico ed improvviso, quello che però ci sfugge è che, troppe volte, la violenza sulle donne è solo il finale tragico di una storia durata troppo a lungo. L’epilogo cui assistiamo attraverso i mezzi di comunicazione, ormai velocissimi, non sempre ci aiuta a comprendere che, di frequente, quello stupro, quel viso sfigurato, quella morte sono solo il risultato finale di un processo iniziato molto prima e molto diversamente.

Sappiamo che il 30% delle donne italiane tra i 16 ed i 70 anni ha subito un episodio di violenza nell’arco della vita e, dato ancor più sconvolgente, sappiamo che la stragrande maggioranza delle violenze si consumano tra le mura domestiche. Uno dei dati a nostra disposizione, infatti, ci dice che il 62,7% degli stupri è commesso dal partner attuale della vittima e che sono proprio i partner o gli ex partner a commettere le violenze più gravi. Queste arrivano generalmente dopo altre manifestazioni di abuso, di quel genere che non lascia segni visibili e, quindi, meno intercettabile e condannabile La violenza fisica e quella sessuale, infatti, non sono le uniche forme di maltrattamento esistenti.

TIPOLOGIE DI VIOLENZA

Esistono anche forme di violenza quali quella psicologica, economica ed emotiva che la letteratura internazionale definisce nei termini di verbal abuse, emotional abuse e financial abuse.

Di segiuito sono riportate le forme di violenza con le relative manifestazioni più diffuse e, troppo spesso, sottovalutate nel loro valore di atti lesivi.

VIOLENZA FISICA

Atti finalizzati a generare paura nella vittima.

Si tratta di forme di lesione e minaccia fisica quali percosse, spintoni, morsi, pugni, schiaffi, calci, lancio di oggetti, tentativi di soffocamento, gesti atti a trattenere, torcere, lesioni di ogni natura.

VIOLENZA SESSUALE

Imposizione di pratiche sessuali indesiderate o di rapporti che arrechino dolore fisico e che siano lesivi della dignità, ottenuti con minacce di varia natura. L’imposizione di un rapporto sessuale o di un’intimità non desiderata è un atto di umiliazione, di sopraffazione e di soggiogazione che provoca nella vittima profonde ferite psichiche oltre che fisiche.

VIOLENZA ECONOMICA

Vietare alla donna l’accesso alle finanze o alla situazione patrimoniale della famiglia, impedirle di lavorare, sfruttarla come forza lavoro senza retribuzione, utilizzare in modo coatto i suoi guadagni e via di seguito. Sono tutte azioni volte a umiliare la donna ed a minarne l’autonomia, così da limitarla fortemente in ogni genere di presa di iniziativa, specie se indirizzata verso la fine della relazione.

VIOLENZA PSICOLOGICA

Ogni azione che mira ad indebolire la donna da un punto di vista “strutturale”, intaccandone in modo significativo l’autostima e l’immagine di sé. Rientrano nella categoria della violenza psicologica tutte le forme di abuso tese a ledere l’identità della donna:

– attacchi verbali come la derisione, la molestia verbale, la svalutazione, l’insulto, la denigrazione, finalizzati a convincere la donna di “non valere nulla”;

– isolare la donna, allontanarla dalle relazioni sociali di supporto o impedirle l’accesso alle risorse economiche e non, in modo da limitare la sua indipendenza;

gelosia ed ossessività: controllo eccessivo, accuse ripetute di infedeltà e controllo delle sue frequentazioni, minacce verbali di abuso, aggressione o tortura nei confronti della donna e/o la sua famiglia, i figli, gli amici;

– minacce ripetute di abbandono, divorzio, inizio di un’altra relazione se la donna non soddisfa determinate richieste;

– danneggiamento o distruzione degli oggetti di proprietà della donna;

– violenza sugli animali cari alla donna e/o ai suoi figli/e.

STALKING

Condotte reiterate di minaccia o molestia di taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumita’ propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita. Il reato è aggravato quando il fatto è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione alla persona offesa ovvero se il fatto e’ commesso attraverso strumenti informatici o telematici. (art. 612 bis c.p.)

REVENGE PORN

Letteralmente “vendetta porno”, il termine inglese si riferisce alla diffusione, attraverso strumenti digitali e in rete, di immagini e/o video a contenuto intimo e sessuale, senza il consenso del soggetto; il materiale può essere stato ripreso sia col consenso della vittima, sia a sua totale insaputa. La condivisione del materiale avviene con l’intento di umiliare, mortificare o punire la vittima, da qui il termine “revenge”. In Italia questa condotta è considerata un reato da Agosto 2019.

CICLO DI VITTIMIZZAZIONE

Ma come si arriva a tutto questo? Come si fa a trovarsi in situazioni che sembrano tanto inaccettabili eppure sono così frequenti e diffuse?

Ebbene, ciò che dobbiamo provere a capire è che nessuna donna nasce vittima di violenza, ma lo diventa dopo un lungo e drammatico percorso.

Sono molti gli autori che hanno teorizzato in tal senso.

Walker, per esempio, già nel 1979, introduceva la sua teoria sul ciclo della violenza, mettendo ben in evidenza come la fase di aggressione esplicita e manifesta fosse sempre preceduta da una fase detta di “accumulo di tensione”, durante la quale si prepara l’esplosione della violenza fisica; questa fase sarebbe caratterizzata da maltrattamenti di altra natura, come quelli verbali per esempio, meno espliciti e, quindi, più “tollerabili” dalla partner. Quando la tensione arriva al picco, si passa, poi, alla messa in atto dell’azione violenta. Essa è seguita dalla cosiddetta fase di “riappacificazione”, durante la quale l’uomo si professa cambiato, fa promesse di miglioramento e di grande amore, persuadendo la donna che tutto si rimetterà in ordine e che saranno di nuovo felici. Tale meccanismo, specie nella fase iniziale di una relazione, serve a legare la donna sempre di più da un punto di vista emotivo, così da chiuderla in un vortice senza fine.

Nessuna donna, quindi, sceglie consapevolmente di entrare in una relazione che terminerà con esiti violenti. Chi diventa vittima viene sottoposta a un vero e proprio processo di vittimizzazione che la trasforma, fino a farle perdere i confini di sé e della propria identità. C’è accordo tra gli studiosi nel ritenere, in linea con Walker, che tale processo passa attraverso una serie di fasi caratterizzate dalla seduzione, dalla manipolazione e dal condizionamento.

Ogni relazione che sfocia in finali tragici, inizia, quindi, con una fase in cui il rapporto è sereno, positivo e gratificante e tutto sembra andare nella migliore delle maniere. Il futuro abusante si muove in modo da far sentire la donna amata e protetta, facendo intuire le premesse per una storia d’amore perfetta. È solo in modo graduale che le cose si modificano, il soggetto violento inizia ad introdurre una serie di condizioni e di regole mirate a isolare la donna, a tagliarla fuori dalle relazioni con parenti ed amici, a renderla parte di un universo di cui è l’unico protagonista. La mancanza di contatto sociale e di confronto, sono elementi cruciali che conducono la donna a non avere più punti di riferimento, a non essere più parte di sistemi e reti con cui potersi confrontare, a perdere agganci con la realtà esterna. Nella parte avanzata di questa fase, inizia ad affacciarsi, per esempio, la violenza economica: l’uomo tenderà a boicottare il lavoro della donna, fino ad impedirle di andarci. Le taglierà le risorse economiche rendendola, così, dipendente da lui in tutto e per tutto. A ciò, si uniscono generalmente forme di violenza psicologica: la donna viene continuamente denigrata, offesa, sminuita e svalutata in ogni sua attività. Qualunque cosa fa viene attaccata, a volte seguita da scatti di ira funesti. In questo modo, la sua autostima viene gradualmente sgretolata, fino ad essere distrutta. Col passare del tempo, ella non si sentirà più in grado di trovare alternative alla relazione disfunzionale, sentirà di non meritare altro. Inizierà, pian piano, a diffidare anche della sua capacità di giudizio e di valutazione, a dubitare che le cose cui è sottoposta all’interno della relazione siano atroci e violanti, a confondere il possesso, la gelosia, i maltrattamenti con manifestazioni di amore del partner, fino a giustificare i suoi comportamenti abusanti ed a legittimarli.

A questo punto, tutto è pronto per passare alla fase successiva, quella in cui la violenza fisica e quella sessuale sono manifeste e sempre più frequenti. Nella donna si insinua, allora, una forma di panico, uno stato di allerta perenne, per la paura che qualunque suo movimento, espressione, parola possa indurre il compagno abusante a passare all’azione violenta. Nella fase finale di questo percorso, quando le donne riescono per un qualunque motivo a rivolgersi alle autorità prima di essere uccise, esse sono in uno stato di immobilismo: questo deriva dalla messa in atto di una strategia di difesa ancestrale degli esseri viventi di fronte al pericolo, a carico del primitivo circuito ventro-vagale: rimanere immobili nell’attesa che la minaccia cessi.

Ecco quindi che, quando parliamo di violenza sulle donne, non ci riferiamo esclusivamente ad atti singoli ed isolati, ma, differentemente, ad un vero e proprio circuito in cui una persona prende, attraverso strategie di controllo e manipolazione, il controllo sull’altro. Attraverso questo processo, la donna viene depersonalizzata e privata della propria identità, in modo che il suo universo mentale coincida in maniera puntuale con quello del compagno abusante.

CHI È A RISCHIO?

Come si evince da quanto ci siamo detti finora, spesso la violenza si insinua in una sorta di spirale dinamica che prende avvio nel contesto relazionale tra due persone. In tal senso, ciò che è oggetto dell’attenzione è la ricerca e lo studio di eventuali fattori predisponenti e/o predittivi che possano aiutare a comprendere se particolari situazioni siano maggiormente esposte ad evolvere in una direzione disfunzionale e violenta. L’obiettivo è quello di individuare le coppie maggiormente a rischio, così da mettere a punto piani di prevenzione ed intervento mirati.

I dati recenti che abbiamo a disposizione sulla violenza fisica e sessuale (ISTAT 2014) sfatano molti miti rispetto al profilo della donna vittima di violenza: la fascia di età più esposta è ampia, dai 16 ai 44 anni; abbiamo a che fare con donne laureate o diplomate nel 15,1% dei casi, contro il 3,7% delle donne senza titolo di studio; spesso è buona la situazione lavorativa (nel 16,3% dei casi di violenza fisica o sessuale, contro il 17,3% delle donne senza occupazione: una differenza di un solo punto percentuale). Il confronto tra Nord e Sud ci riserva altre sorprese: 10,9% delle donne vittimizzate al Nord Ovest, 10,7% nel Nord Est contro il 12,3% del Sud (escluse isole). I dati del 2020 delineano un quadro ancora più drammatico e preoccupante, con una donna uccisa ogni tre giorni ed una diffusione del fenomeno che rende urgenti degli interventi diretti, visto l’onda d’urto generata delle conseguenze della pandemia.

Ma allora, quali sono i fattori intervengono?

Sappiamo dell’esistenza di alcune variabili che, in qualche modo, rendono più probabile il trovarsi invischiati in relazioni violente, ma, se valutate isolatamente, esse non assumono alcun carattere di rilevanza. Essere cresciute in ambienti in cui la violenza è abituale e accettata, ad esempio, può certamente portare a sdoganare e tollerare una serie di comportamenti di per sé inaccettabili, ma da solo non basta. Non tutte le donne che hanno avuto coppie genitoriali con storie di violenza, infatti, reiterano tale dinamica.

Una prospettiva più ampia ed esaustiva in tal senso ci viene fornita dagli studi sui legami di attaccamento. Essi si occupano di studiare il modo in cui lo stile di attaccamento (cioè il modello primario di relazione che si sperimenta con le prime figure di accudimento, generalmente i genitori) condiziona le relazioni sentimentali negli adulti.

Da quanto emerge, nelle donne vittimizzate si risconta, con frequenza significativa, uno stile di attaccamento ansioso. Esso si caratterizza per la presenza di una bassa autostima e per una visione negativa di sé e degli altri. In queste persone c’è anche la necessità continua di conferme dall’altro, connessa ad una pressante ansia abbandonica e, quindi, una paura costante di perdere l’altro che di traduce in un atteggiamento di forte dipendenza relazionale. Ci troviamo di fronte a donne per le quali la separazione rappresenta un pericolo tale da portarle a considerare più accettabili i massacranti abusi cui vengono sottoposte dal partner; donne che, pur di non sperimentare il vuoto gerenato dalla fine della relazione, sottostanno a condizioni terrificanti. Donne fragili, quindi, di cui il partner può approfittare fino al loro annientamento. Donne che necessitano di sostegno.

Di contro, è stata dimostrata una presenza significativa, nei soggetti violenti/abusanti, di stili di attaccamento evitante o disorganizzato; essi sono caratterizzati dall’attribuire scarsa rilevanza alle relazioni sentimentali e all’altro in generale, e da una imprevedibilità nel comportamento. La svalutazione dell’altro, in questi casi, deriva da un meccanismo di difesa primitivo, finalizzato a coprire una profonda insicurezza. Inoltre, nei soggetti evitanti, le eccessive richieste da parte dell’altro generano allontanamento e, quando diventano troppo pressanti, rabbia e forte ostilità.

Proviamo ad immaginare l’incastro tra due partner con queste caratteristiche, in un quadro altamente disfunzionale: la partner femminile, per la paura di perdere l’altro e pur di scongiurare il pericolo del vuoto che deriverebbe dalla separazione, è disposta a tollerare qualunque genere di sottomissione e abuso. L’uomo con attaccamento evitante, dal canto suo, di fronte alle pressanti ricerche di conferme ed attenzioni da parte della donna, non farebbe altro che mettere in atto meccanismi di evitamento sempre più marcati, e caricare tensione. Nel profilo di chi agisce violenza, riscontriamo spesso anche una scarsa capacità di mentalizzazione, incapacità di tollerare le frustrazioni e di esprimere le emozioni in modo funzionale, nonché incapacità di confronto e di gestione dei conflitti. Queste caratteristiche sono quelle cui ricondurre il cosiddetto “passaggio all’atto”, cioè la messa in campo di azioni violente per risolvere situazioni di tensione diversamente ingestibili.

Ad oggi, non possiamo non considerare che l’isolamento, le difficoltà economiche, le conseguenze psicologiche e sociali dell’emergenza covid abbiano un ruolo determinante nell’esacerbare il fenomeno e nel rendere tante donne ancora più esposte: le richieste di aiuto al numero di emergenza nei mesi di pandemia sono aumentate del 73%, un dato raggelante.

PROSPETTIVE TERAPEUTICHE E DI INTERVENTO

Ma quali sono le prospettive per relazioni di questo tipo? Si esce dai circuiti di violenza domestica? L’ISTAT ci dice che negli ultimi anni è aumentata in modo significativo la capacità delle donne di prevenire e combattere il fenomeno, grazie soprattutto ad un clima sociale di maggiore condanna della violenza che ha portato le aggressioni fisiche e sessuali a diminuire di due punti percentuali.

Questo significa cheun maggior numero di donne denuncia e prova ad uscire dal circuito disfunzionale della vittimizzazione.

Ma questo non basta; non può bastare.

Quando le donne provano a mettersi in salvo, dopo le necessarie questioni legali, si apre un percorso altrettanto doloroso e difficile. Chi riesce ad entrare in un percorso di cura, si trova a fare i conti con le conseguenze di traumi profondi, con la necessità di ricostruire dalla base la propria identità cancellata, magari da anni di violenza, a fare i conti con la propria fragilità e con il fallimento. Deve primariamente accettare la portata di ciò che ha subito e spesso questa è la parte più difficile cui le donne reagiscono con forti meccanismi di negazione: non è facile accettare la propria condizione.

La relazione terapeutica ha, in questo cammino verso la ridefinizione di sé, un ruolo fondamentale, poiché permette alla donna di sperimentare una relazione riparatoria rispetto a quella con il partner violento e le consente, dentro una relazione protetta, di affrontare le rovine lasciate da quell’esperienza così totalizzante e distruttiva. Dopo una fase iniziale, in cui ci si accerta di mettere la donna ed i figli, ove presenti, al sicuro, il lavoro terapeutico passerà attraverso la ricostruzione della storia personale della donna, l’individuazione di risorse personali ed ambientali (eventuali parenti o amici, lavoro, condizione economica ecc.), il lavoro sugli aspetti traumatici e sugli eventi più significativi vissuti dentro la relazione abusante, elaborazione della fine della relazione che è come un vero e proprio lutto. Si arriva, poi, alla ricostruzione di relazioni significative con l’ambiente circostante, in modo da reinserire la donna dentro una rete sociale e di sostegno, frantumata a causa del partner violento, fino al consolidamento della nuova identità.

Si può intuire come, da un punto di vista sociale, sia necessario insistere con le campagne di sensibilizzazione e di diffusione di conoscenza. Il ruolo delle istituzioni e delle agenzie deputate alla protezione e salvaguardia delle donne è primario nella lotta ad un fenomeno così largamente diffuso e difficilmente arginabile.

Nello stesso tempo, ognuno di noi ha responsabilità nel non trascurare segnali che possono provenire dall’ambiente circostante. Tutti abbiamo sorelle, figlie, amiche, colleghe, vicine di casa che possono trovarsi in difficoltà; tutti abbiamo figli, amici, colleghi, vicini di casa che possono scivolare in comportamenti inadeguati e pericolosi.

È nostro dovere, personale, morale, sociale, non girare la testa dall’altra parte e raccogliere

la responsabilità di trasmettere valori come il rispetto dell’altro e la qualità della relazione. Ognuno di noi, in modi e circostanze diverse, in vari ambiti della propria vita, può essere chiamato a svolgere una funzione educativa e di divulgazione: penso ai genitori, nonni e zii in famiglia, agli insegnanti a scuola, agli istruttori nelle palestre, agli animatori ed educatori nei gruppi di incontro, allo psicologo o al medico con i propri pazienti, all’avvocato con i propri clienti; le circostanze sono numerose. E in ognuna di esse, si può diffondere e far crescere una coscienza comune che definisce in modo chiaro cosa sia una relazione d’amore e cosa, invece, con essa non abbia nulla a che vedere. La violenza, in ogni sua forma ed espressione, non è amore.

Facciamolo sapere a tutti.

Non dimentichiamo, infine, che è stato istituito un numero di emergenza per le donne in difficoltà, il 1522 https://www.1522.eu/, cui è possibile rivolgersi per chiedere aiuto e per segnalare situazioni a rischio.

Bibliografia

Bowlby, J. (1976): Attaccamento e perdita, Vol. 1: L’attaccamento alla madre, Boringhieri, Torino

Bowlby, J. (1982): Costruzione e rottura dei legami affettivi, Raffaello Cortina Editore, Milano. Castellano R., Velotti P. Zavattini C. (2010) Cosa ci fa restare insieme? – Il Mulino

Davila, J., & Bradbury, T. N. (2001). Attachment insecurity and the distinction between unhappy spouses who do and do not divorce. Journal of Family Psychology, 15, 371-393 ISTAT – http://www.istat.it/it/archivio/161716

Walker L., The Battered Woman, Harper and Row, 1979

Wilson, Gardner, Brosi, Topham e Busby (2013), Dyadic adult attachment style and aggression within romantic relationship, Journal of Couple & Relationship Therapy 12 (2), 186-205

INSIDE OUT: emozioni al vostro servizio!

Immagine dal Web

Inside out” è un film speciale. Una piccola opera d’arte che ci spiega come funzioniamo, cosa succede nel nostro cervello, come diventiamo chi siamo e, soprattutto, come facciamo a sentire le emozioni. Lo suggerisco caldamente soprattutto ai genitori (mentre porterei i bambini dai 7-8 anni), perché li aiuta, in un modo delicato ed efficacissimo, a comprendere l’importanza del loro ruolo nella crescita dei propri figli. Li aiuta a capire cosa accade dentro ai bambini mentre crescono e diventano adulti. E nello stesso modo, magicamente, il film aiuta gli adulti a comprendere loro stessi. A sentire. Mentre sullo schermo si assiste a rocambolesche vicissitudini che vedono protagoniste le 5 emozioni dentro il loro quartier generale, nello spettatore si attiva un’empatia fortissima che consente di provare, in un’ora e mezza, gioia, rabbia, disgusto, paura e tristezza; sì, tanta tristezza. E di scoprire che questa emozione, come tutte le altre, è vitale, fondamentale, necessaria. Il vero miracolo di “Inside out” è proprio questo: ci aiuta a comprendere che la ricerca della felicità passa inevitabilmente attraverso momenti di inesorabile tristezza, così come di rabbia, paura e disgusto. Il mito dell’allegria a tutti i costi viene sfatato e viene restituita allo spettatore la possibilità di dare spazio e voce a tutte le sue emozioni. Gli viene, quindi, fatto il dono della libertà e dell’autenticità del sentire e dell’essere. E tutto questo al costo di un biglietto del cinema. Ecco perché il film non è per tutti, ma solo per coloro i quali sono disposti ad una tempesta emotiva che sconvolge qualche nefasto, ma rassicurante, luogo comune. Fortemente sconsigliato a chi da questo frullatore interno vuole tenersi alla larga! Per tutti gli altri, buona visione!

La psicoterapia è efficace? La questione della plasticità neuronale e la strana storia di MrX

Questa è la storia di MrX, un signore come tanti, con una particolarità: soffre di fobia specifica, cioè di un disturbo che si manifesta sotto forma di una paura marcata e persistente per un dato oggetto o situazione. L’oggetto della paura di MrX sono i pappagalli.

Il nostro MrX è terrorizzato dai pappagalli: a lui basta vederli in televisione, al cinema, nel palazzo di fronte per andare nel panico più totale. Questa storia va avanti da molti anni; ma MrX vive in una trafficata città italiana, dove i pappagalli non fanno esattamente parte della fauna locale, per cui, fino ad oggi, non è mai stato realmente motivato ad affrontare questa paura. È sempre stato “sufficiente” girare alla larga dai negozi di animali, evitare documentari di varia natura, scegliere film al cinema ambientati in aree del pianeta prive di pappagalli, mettere al corrente amici e conoscenti di questo “piccolo” particolare per condurre una vita tutto sommato gestibile, almeno secondo il nostro amico. Qualche giorno fa, però, succede un fatto inatteso: il fortunato MrX vince un viaggio-premio aziendale in una paradisiaca località caraibica, dove i volatili in questione sono largamente diffusi. Il primo pensiero è di mettere in campo una reazione di evitamento: rinunciare al viaggio sembra la soluzione migliore. Ma poi qualcosa stride e il nostro amico pensa che sarebbe davvero bello fare una vacanza, peraltro premio, strameritata dopo un anno di durissimo lavoro. Pensa che i Paesi della carta geografica dove non ci sono pappagalli li ha ormai visitati quasi tutti. E pensa anche, per la prima volta concretamente, a come potrebbe affrontare la sua fobia. Dopo un po’ di ricerche, scopre che, per superare un disturbo come il suo, sarebbe necessaria la psicoterapia.

E Mr X pensa e ripensa e si domanda: ma serve davvero la psicoterapia? E se si, a che cosa serve?

Il caso di Mr X è quello di tantissime persone che, messe di fronte alla possibilità/necessità di intraprendere un percorso di presa in carico delle loro difficoltà legate al benessere ed alla salute mentale, non trovano una risposta fondata ed esaustiva ad un quesito vecchio come il mondo: la psicoterapia funziona davvero? E come funziona?

La risposta è sì, la psicoterapia funziona, e gli studi che ce lo dimostrano sono scientifici e attendibili, poiché provengono da un settore di studi innovativo e dalle straordinarie potenzialità: quello che vede la psicologia e le neuroscienze dialogare tra loro. Questo ambito di ricerca trova la risposta anche al nostro secondo quesito, cioè a “come” funziona la psicoterapia.

Ma liquidare la questione così è davvero troppo semplicistico, quindi proveremo a procedere passo passo, avvalendoci della collaborazione del nostro complice, MrX. Innanzitutto, aiutiamo il nostro accompagnatore a comprendere cosa sia concretamente la psicoterapia, così da facilitarlo nel prendere una decisione.

Le definizioni sono numerose ed è basilare fare una selezione ed una integrazione di vari aspetti per giungere ad un punto.

Giusti ci riesce perfettamente, a mio avviso, definendo la psicoterapia come “un sistema di cura pianificato che, nel trattamento di malattie di origine essenzialmente psichica, si basa sull’utilizzo di mezzi psicologici attraverso la relazione terapeutica, con il fine di ottenere la riduzione dei sintomi oppure la modificazione della struttura della personalità. Le teorie di riferimento rispetto alla salute mentale sono numerose, quanto le metodologie tecniche nelle loro varie applicazioni.

La psicoterapia è, dunque, un processo di cura che si realizza tra il terapeuta ed il paziente, con la finalità di migliorare la condizione di vita della persona, minata da un malessere di natura psicologica. Paziente e terapeuta diventano parte di un percorso di co-costruzione che si realizza proprio per mezzo della relazione terapeutica. Attraverso essa, e mediante l’utilizzo di tecniche e strategie ad hoc, ci si pone un obiettivo fondamentale: la riduzione della sofferenza ed il cambiamento.

Ma cosa vuol dire “cambiamento”? Cosa cambia e come facciamo a sapere se davvero è cambiato?

L’orientamento della psicoterapia è quello di condurre il paziente alla messa in atto di modalità di funzionamento più efficaci ed adattive nelle varie aree di vita. Ciò che cambia, quindi, è il proprio modo di agire, a seguito di un mutamento delle modalità percettive e di attribuzione di significato alla realtà circostante.

Ma detto così è ancora complicato.

Per capire meglio, riportiamo tutto al nostro MrX.

La psicoterapia dovrebbe aiutarlo a modificare la sua risposta, il suo comportamento quindi, di fronte alla vista di un qualunque pappagallo: niente panico, niente fuga, niente disperazione. La sua vita non dovrebbe più essere condizionata dalla fobia. Ciò andrebbe di pari passo con un cambiamento nella percezione dei pappagalli da parte di MrX che non dovrebbero più assumere il significato di esseri spaventosi e pericolosi, ma verrebbero ad essere percepiti alla stregua di qualunque altro animale. Insomma, il nostro protagonista sarebbe pronto per fare le valigie e godersi la sua vacanza. E sarebbe pronto anche per uscire senza paura di girare l’angolo e trovarsi di fronte ad un negozio di animali, per vedere qualunque film al cinema e per andare a cena a casa di chiunque senza chiedere prima che animale domestico sia presente nell’appartamento.

La strada percorsa per giungere a questo risultato, cambierebbe a seconda dell’orientamento di scuola del terapeuta scelto da MrX (psicodinamico, strategico, comportamentista, sistemico ecc… per intenderci).

Ma come accadrebbe questo cambiamento? A che livello si attiverebbe, si chiede MrX e noi con lui?

Per rispondere a questo quesito, dobbiamo necessariamente collegarci ad una questione più ampia che riguarda proprio l’origine del nostro agire. Insomma, da dove vengono i nostri comportamenti? Le paure, le motivazioni, le nostre emozioni, le spinte a fare o non fare qualcosa dove nascono?

Ebbene, eccoci al nocciolo: la scienza ci ha dimostrato che tutto ciò che facciamo parte dal nostro cervello, grazie alle sue innumerevoli e straordinarie funzioni. Esso è responsabile di ogni nostra attività, anche della rappresentazione sensoriale del mondo esterno e della produzione di comportamenti, per esempio. Ogni funzione attiva circuiti neuronali specifici, secondo regole e meccanismi molto precisi e affascinanti. Il modo in cui questi circuiti si organizzano dipende danumerosi fattori: la genetica gioca senza dubbio un ruolo importante, ma una funzione fondamentale viene svolta anche dall’ambiente in cui l’individuo cresce e dalle esperienze, soprattutto relazionali, che farà nel corso della vita; insomma, dalla sua storia. Questo vale, naturalmente, anche per la malattia mentale, per i sintomi di ogni natura, per le difficoltà che possiamo incontrare in momenti dati della vita; tutto è frutto del nostro percorso. E c’è di più: essere biologicamente predisposti a sviluppare una patologia di qualunque natura, non significa che ci si ammalerà; l’eventuale espressione di questa predisposizione biologica dipenderà in modo ineluttabile dai fattori ambientali, sociali, relazionali, esperienziali cui l’individuo sarà esposto.

Relazione terapeutica

Per capirci, MrX ci dice, dopo aver iniziato ad indagare col suo terapeuta sulla sua paura dei pappagalli, che sua nonna, una donna severa ed austera, aveva comprato un costoso pappagallo il giorno in cui punì severamente il suo piccolo nipotino, dopo un capriccio durato troppo a lungo. Da lì, il piccolo non tornava felicemente a casa della nonna, ma inconsciamente sapeva di non poter manifestare apertamente tale avversione nei suoi confronti. Ecco, allora, che in modo del tutto involontario e apparentemente accidentale, il piccolo inizia a sviluppare reazioni di terrore di fronte al volatile. A seguito di ciò, le visite dalla nonna furono azzerate, portando il piccolo MrX ad ottenere esattamente ciò che desiderava inconsciamente: non rimanere più a casa della nonna. Il sistema nervoso di MrX ha messo a punto uno schema comportamentale funzionale ad uno scopo preciso, ha attribuito il significato di oggetto fobico al pappagallo, il tutto con una finalità prettamente funzionale al bambino in quel dato momento di vita, secondo le risorse personali a lui disponibili. I fattori esperienziali (la nonna severa, la presenza del pappagallo al momento della punizione), in questo caso, hanno avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della fobia.

Proprio la capacità del nostro cervello di adeguarsi alle condizioni circostanti e di modificarsi in funzione di esse permette agli organismi di adattarsi alle circostanze in cui si trovano. Ciò è possibile proprio grazie alla caratteristica del nostro sistema nervoso

Psicoterapia e plasticità neuronale

chiamata plasticità neuronale: il nostro cervello ha cioè la possibilità di attivare nuovi circuiti neuronali rispetto ad una specifica funzione, che si sostituiscono a quelli precedentemente utilizzati, ove ciò risultasse necessario o più economico e funzionale per l’adattamento dell’individuo alle circostanze esterne.

Su questo meccanismo si fonda e si dimostra l’efficacia della psicoterapia.

La plasticità neuronale è quella che ha consentito a MrX di sviluppare una fobia per proteggersi dalla severa nonna, ma è anche quello che gli consentirà di guarire da essa, una volta elaborato il nucleo scatenante. In questo nuovo momento della sua vita, infatti, la fobia non è più funzionale ad alcun obiettivo, anzi; essa è impedente e limitante. Ecco che, attraverso un percorso terapeutico, MrX avrà la possibilità di elaborare l’esperienza generatrice della fobia, di modificare la sua attribuzione di significato rispetto al pappagallo e, di conseguenza, le sue reazioni di fronte ad esso.

La psicoterapia, quindi, consente di attivare nuovi circuiti neuronali, determinando un cambiamento a livello cerebrale. Ciò è quanto ci dicono gli studi provenienti dalle neuroscienze; attraverso tecniche di neuroimaging, è stato mostrato che a seguito di trattamenti psicoterapeutici si ottengono modifiche importanti nell’attivazione del sistema limbico e delle aree subcorticali, deputate al controllo delle emozioni e delle motivazioni implicite ed esplicite. Alcuni interventi mostrano che, su determinati tipi di patologia, l’effetto della psicoterapia è paragonabile a quello degli psicofarmaci, ma presenta carattere di maggiore stabilità rispetto a questi ultimi, proprio perché conduce ad un cambiamento funzionale e profondo e non connesso al legame di causa-effetto dovuto all’azione del farmaco.

Un’avvincente ricerca del 2014 dimostra addirittura che, nel caso del disturbo post-traumatico da stress, la psicoterapia non solo guarisce i sintomi, ma

Psicoterapia ripara DNA

favorisce i naturali processi di riparazione del DNA causati dal trauma, andando ben oltre gli effetti della farmacoterapia. Gli studi ci dicono, quindi, che la psicoterapia, intesa proprio come esperienza, modifica le funzioni e le strutture del cervello, nella direzione di un funzionamento maggiormente adattivo. Ciò sulla base del principio poc’anzi esposto, in base al quale i fattori ambientali e le esperienze cui l’individuo è esposto, influenzano la struttura morfo-funzionale del cervello.

Ecco che il cambiamento, come risultato del processo terapeutico, diventa oggettivamente rilevabile e misurabile attraverso strumenti tecnici.

Di conseguenza, la percezione personale di soddisfazione del singolo individuo dopo un percorso di terapia, viene supportata da dati scientifici e oggettivamente misurabili.

In pratica, il nostro MrX potrebbe avere dati scientifici del suo cambiamento, sottoponendosi a rilevazioni di neuroimaging in presenza di un pappagallo, prima e dopo la terapia: esse consentirebbero di dimostrare che le aree cerebrali della paura che si attivavano nel cervello del nostro amico quando incontrava un pappagallo PRIMA della psicoterapia, alla fine del percorso non sono più sollecitate. La corteccia prefrontale, responsabile della valutazione del pericolo potenziale, così come l’amigdala, il talamo e l’ippocampo, aree del nostro sistema limbico, non risponderebbero più di fronte allo stimolo precedentemente considerato fobico.

Tutto ciò non fa altro che consolidare il valore tecnico-scientifico della psicoterapia e, nello stesso tempo, apre nuove aree di riflessione, studio e ricerca che condividono un concetto di base a dir poco fondamentale: l’unità indiscutibile tra mente e corpo e la circolarità dei processi che le riguardano.

Con tali basi, si procede verso un implementazione delle discipline che si occupano su più fronti della salute mentale e del benessere, con la strutturazione di nuove possibilità di intervento e presa in carico per chi richiede e necessita di supporto e aiuto.

In ultimo, ma non ultimo, ciò consente di fugare la diffidenza e l’aleatorietà che, per lungo tempo, hanno accompagnato le discipline psicologiche, dando la possibilità alle persone di rivolgersi ad esse con fiducia e sicurezza, per migliorare la propria qualità di vita.

Con buona pace di chi sostiene che sono solo parole!

(LE IMMAGINI SONO REPERITE DAL WEB)

Bibliografia plasticità neuronale

BIBLIOGRAFIA

– American Psychiatric Association (2013). DMS-V. Raffaello Cortina Editore

– Giusti(2000) http://http://www.treccani.it/enciclopedia/psicoterapia_(Universo-del-Corpo)/

– Kandel E. R. (2001). Psychotherapy and the single synapse: the impact of psychiatric thought on neurobiological research. J. Neuropsychiatry Clin. Neurosci., 13: 290- 300. –

– Kandel E. R. et al. (2000). Principles of neural science. 4th ed. New York: McGraw-Hill.

Liggan D.Y. & Kay J. (1999). Some neurobiological aspects of psychotherapy: a review. J. Psychother. Pract. Res., 3: 103- 114.

– Moreno-Villanueva M., Hamuni G., Kolassa S., Ruf-Leuschner M., Schauer M., Elbert T., Bürkle A., Kolassa I.T. (August 2014) Effects of Psychotherapy on DNA Strand Break Accumulation Originating from Traumatic Stress – Psychotherapy and Psychosomatics

– Onnis l. (2009) Se la psiche è il riflesso del corpo. Una nuova alleanza tra neuroscienze e psicoterapia – Psicobiettivo – N. 23 P.51-73

Damasio (1994) L’errore di Cartesio, Emozione, ragione e cervello umano – Adelphi Ed.

Del rientro dalle vacanze e altri drammi

Fine delle vacanze, anche quest’anno!

Rientro dalle ferie

(Coreca – Amantea)

È arrivato Settembre, tempo di ripartenze, pianificazioni, progetti e definizione di nuovi obiettivi. Affidiamo a questo mese dell’anno i nostri migliori propositi, le speranze di realizzazione e di risoluzione di tutte le questioni che abbiamo lasciato sospese prima delle sospirate vacanze, un po’ come se fosse un secondo Capodanno; abbiamo la credenza quasi magica che il suo arrivo sani ciò che non funziona, le insoddisfazioni, gli eventuali insuccessi e le delusioni del pre-ferie. Ce ne andiamo sempre in vacanza, insomma, certi che il rientro sarà, in qualche modo, migliore e che, al ritorno, ripartiremo “col piede giusto”.

Ma allora perché si sente tanto parlare di “trauma da rientro”?

Qualcosa, evidentemente, va storto.

In linea generale, una certa forma di malessere accompagna in modo del tutto naturale e fisiologico la maggioranza delle persone che rientrano da una vacanza. Ciò si può ricondurre ‘semplicemente‘ alla necessità di rimodificare ritmi ed attività di vita e al ritorno ai luoghi di appartenenza: spesso, infatti, si passa in modo brusco da una sorta di “anarchia” vacanziera all’incasellamento di ogni attività, anche la più semplice, in tabelle rigidissime che è inconcepibile non rispettare. Ci si muove, poi, da posti belli e nuovi, città d’arte o con bellezze naturali, ai luoghi cui siamo soliti.

In questi casi basterà, come ormai tutti sappiamo, un momento di riassestamento e tutto tornerà in ordine!

In molti altri casi, però, le cose non vanno esattamente così: accade, infatti, che già in prossimità del rientro si venga solleticati da una certa ansia, dalla preoccupazione delle routine da riprendere, dei progetti da far ripartire, dalle necessità insolute che le nostre vite ci presentano e che, per qualche settimana, abbiamo lasciato chiuse in uno scatolo. Questa distensione, che è solo apparente, non fa che insaporire di un amaro più intenso il ritorno alla quotidianità.

Ma che cosa accade esattamente e perché?

Per comprendere realmente il motivo per cui il ritorno alla quotidianità sia, in molti casi, così destabilizzante bisogna sforzarsi di guardare un po’ più a fondo; tentare di fare una lettura degli eventi che ci consenta di dare un altro significato allo stato emotivo che tinge di scuro il rientro di tante persone. Concretamente, la ripresa della vita di tutti i giorni ci riporta a realtà ed a fatiche emotive rimaste irrisolte alla partenza e che sono alla base di situazioni stabili insoddisfacenti e apparentemente difficili da modificare.

Cerchiamo di capirci meglio.

Tornare alla vita quotidiana può significare, per esempio, ritrovare le situazioni lavorative che ci tormentano ed in cui non ci troviamo bene: il capo che ci fa sentire inadatti, i colleghi con cui non andiamo d’accordo, la promozione attesa lungamente che non arriva, mentre il dipendente assunto dopo di noi ha già ricevuto un avanzamento.

Pensiamo, ancora, alla relazione sentimentale con il proprio compagno/a che in vacanza sembrava resettata e, invece, una volta a casa ritorna a fare acqua; i vuoti, le assenze, la mancanza di attività e spazi condivisi, la sensazione di insoddisfazione.

Può esserci, poi, chi non è gratificato dalle proprie relazioni sociali e, dopo aver passato qualche settimana rilassante in vacanza, torna ad una dimensione di maggiore isolamento che fa sperimentare più solitudine e inadeguatezza.

Questi sono solo alcuni esempi, ma alla base di tutte queste circostanze ritroviamo la difficoltà nel risolvere ed affrontare dimensioni problematiche che hanno certamente origine nella sfera profonda e che si manifestano in modalità comportamentali disfunzionali.

Se ci si sente fortemente inadeguati di fronte ai richiami del proprio superiore, alla base di questa sensazione, con altissime probabilità, ci sarà una bassa autostima e/o la difficoltà di rapportarsi con l’altro in modo paritario e attivo.

Se si porta avanti una relazione sentimentale all’interno della quale si sperimentano da tempo stati d’animo negativi, certamente ci saranno aspetti della propria affettività che necessitano attenzione: l’impossibilità di separarsi, la paura dell’abbandono, l’incapacità di essere se stessi e di esprimere i propri bisogni e le proprie esigenze sono solo alcune delle possibilità.

Ancora, sentirsi insoddisfatti delle proprie relazioni sociali può essere la conseguenza di una difficoltà nel costruire rapporti, a fidarsi dell’altro per paura di essere feriti o anche della reticenza di aprirsi per paura di essere rifiutati o giudicati.

Ognuna di queste circostanze necessiterebbe di un’attenzione particolare per essere compresa ed affrontata.

In ogni caso, quindi, Settembre, ci mette di fronte ad una realtà estremamente significativa: le situazioni disfunzionali lasciate prima delle ferie non mutano da sole. Per cambiare è necessario il proprio intervento, finalizzato ad affrontare le origini dei problemi. É necessario, insomma, fare qualcosa di differente dal passato per vedere modificato il rapporto col proprio capo, per vivere senza ansia le relazioni lavorative, per trovare la forza di cambiare partner o di migliorare la qualità della propria vita sentimentale e di relazione.

È necessario un cambiamento per migliorare la nostra condizione di vita.

Settembre mette le carte in tavola, cala la maschera, stacca la figura dallo sfondo. In fin dei conti, a ben vedere, arriva in nostro soccorso per aiutarci a comprendere dove stiamo sbagliando strada, dove è necessario intervenire per stare meglio.

Ma allora cosa fare?

Intanto è importante definire quale disagio da fine vacanza si sta attraversando! Se ci si trova in fase di riassesto, basterà un po’ di pazienza e presto si tornerà in carreggiata. Quando, invece, ci si rende conto che la tensione, l‘ansia ed i sentimenti negativi che accompagnano il ritorno alla vita di tutti i giorni sono troppo intensi e si protraggono nel tempo, si può cogliere l’occasione per mettersi di fronte a se stessi e comprendere ciò che realmente sta succedendo nella propria vita.

A volte, il fatto stesso di individuare in modo preciso ciò che ci reca disagio, può condurci alla messa in atto di azioni maggiormente finalizzate ed efficaci che possono, in alcuni casi, portarci ad un miglioramento.

Altre volte, questo non basta. Se si realizza che la matassa è troppo ingarbugliata per affrontarla da soli e che i tentativi autonomi di attuare un’evoluzione non sono stati sufficienti, si possono prendere in considerazione altre opzioni: chiedere l’aiuto di un

Psicoterapia

professionista della salute mentale e del benessere, in un’ottica di supporto e non di patologizzazione, può rivelarsi un’ottima strategia. L’obiettivo del lavoro sarà quello di focalizzare i nodi e le questioni che realmente sono alla base del malessere vissuto; ci si dedicherà, poi, alla definizione di strategie di fronteggiamento e di soluzione delle dimensioni problematiche e disfunzionali alla base del disagio.

Quando proprio non se ne ha voglia o non ci si sente predisposti a tele tipo di percorso, il

ricorso a discipline meditative ed introspettive, per esempio, può essere di supporto. Non tutti, necessariamente, sono portati alla psicoterapia.

Ciò che è rilevante è non ignorare la propria condizione e, di conseguenza, compiere atti di cura e presa in carico nei propri confronti; in tal modo si potrà delineare la strada più idonea per il raggiungimento di un maggiore benessere.

Chiedere aiuto

Attenzione a non far passare troppo tempo: il rischio è quello di trovarsi nuovamente assuefatti alle circostanze che arrecano malessere, frustrazione e disagio.

Settembre, dunque, suona come un campanello, ci tende una mano. Sta a noi concederci la possibilità di ricambiare quella stretta; sta a noi, insomma, decidere di affrontare concretamente i problemi e di cambiare in meglio la nostra vita. L’alternativa è quella di riattivare la “modalità struzzo” infilando, ancora una volta, la testa nella sabbia.

Tutto, con la consapevolezza che affrontare le proprie difficoltà è un atto di coraggio. Un atto dovuto prima di tutto a se stessi.

Buona ripartenza a tutti!

(Le immagini sono reperite dal WEB)

La sottile linea rossa tra ansia e attacco di panico

La cinematografia è popolata da personaggi che soffrono di ansia: pensiamo ai protagonisti dei film del geniale Woody Allen, così come a quelli, amatissimi, di Carlo Verdone, solo per fare alcuni esempi.

Tra le tante opzioni a disposizione, la scelta di oggi è ricaduta su un accompagnatore DOC, un supereroe dei giorni nostri: Iron Man. Nel terzo film della saga, il supereroe fa i conti proprio con alcuni episodi di attacco di panico.

Potete visualizzare una delle scene più rilevantidel film qui sopra (Iron Man 3 – 2013 – Regia Shane Black). Più avanti, analizzeremo insieme quello che succede al personaggio.

Quante persone conoscete che sostengono di aver avuto almeno un attacco di panico nel corso della loro vita?

Mi trovo spesso ad incontrare, dentro e fuori dal mio studio, persone che mi chiedono aiuto convinte di aver avuto episodi di questo tipo.

Eppure, molte di loro sono vittime di una falsa credenza, di un’informazione inadeguata e fuorviante. Regna, infatti, anche tra addetti ai lavori, una certa confusione tra quelli che sono sintomi accentuati di ansia e l’attacco di panico vero e proprio.

Proviamo a fare chiarezza e a dare alle cose il loro nome.

Iniziamo, come sempre, dalla base.

ANSIA? COME, QUANDO, PERCHÉ.

Le definizioni a riguardo sono numerose e non ne esiste una universalmente accettata.

Possiamo però individuare delle linee comuni tra le varie prospettive che, partendo da Freud fino ad arrivare ai moderni studi di neurofisiologia, ci hanno permesso una adeguata comprensione di questo diffuso stato emotivo. L’ansia è una condizione di tensione e profonda apprensione, caratterizzata da uno stato di allarme che si manifesta, generalmente, in assenza di un pericolo reale. Essa, quindi, anticipa un pericolo non chiaramente identificato.

Ecco, allora, che la persona ansiosa vive nella perenne attesa che qualcosa di brutto si verifichi, anche se non sa esattamente cosa. Secondo alcuni autori, l’ansia può insorgere anche di fronte a oggetti definiti, ma con una reazione generalmente sproporzionata rispetto alla natura dello stimolo scatenante.

L’ansia ha una forte connotazione somatica; essa è infatti accompagnata da sintomi fisici importanti quali tachicardia, affanno, sudorazione, nausea, aumento della tensione muscolare, proprio come se il corpo si preparasse a reagire al pericolo percepito. Tutto questo determina anche la messa in campo di alcuni comportamenti caratteristici: di fronte alla percezione del pericolo (reale o immaginario), la persona tende o ad attuare strategie di evitamento o di fuga per mettersi “al sicuro”.

Ad esempio, se ad un certo punto della mia vita percepisco ansia mentre guido la macchina, pur non comprendendo bene perché ciò mi succede, tenderò a preferire i mezzi pubblici, oppure a farmi accompagnare anche per brevi tragitti, limitando così la mia autonomia e la libertà di chi mi circonda.

L’entità di queste manifestazioni varia su più livelli, a seconda dell’entità del disturbo.

L’ansia può presentarsi sotto forma di crisi intense e transitorie: si parla in questi casi di ansia di stato. In altri casi, essa è pervasiva e costante nella vita del soggetto, connotandosi come ansia di tratto.

Una crisi di ansia si presenta con l’accentuazione di una serie di sintomi caratteristici. La persona, quindi, avverte, ad esempio, aumentato battito cardiaco, una sensazione di tensione ed agitazione crescente, preoccupazione elevata, nausea intensa. La progressione dei sintomi e la percezione dello stato di “crisi” sono graduali e durano anche alcune ore. Generalmente insorgono in soggetti che soffrono di varie forme di ansia.

ATTACCO DI PANICO

Avviciniamoci adesso all’attacco di panico; nel DSM-V, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (APA, 2013), esso è annoverato tra i disturbi d’ansia. Si presenta come un periodo preciso in cui la persona viene travolta da un senso di terrore vero e proprio in assenza di pericolo reale. Tale stato, si accompagna alla necessità di fuggire dal luogo o dalla situazione in cui si trova. I sintomi che connotano l’attacco di panico sono sia somatici, sia cognitivi.

Vediamoli tutti:

  • sudorazioni

  • tremori o grandi scosse

  • dispnea o sensazione di soffocamento

  • sensazione di asfissia

  • dolore o fastidio al petto

  • nausea o disturbi addominali

  • sensazione di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento

  • derealizzazione, cioè sensazione di irrealtà, o depersonalizzazione, cioè di sentirsi distaccati da sé stessi

  • paura di perdere il controllo o di impazzire

  • paura di morire

  • parestesie, cioè sensazione di intorpidimento o formicolio

  • brividi o vampate di calore.

Le caratteristiche che definiscono un attacco di panico e lo differenziano dalle crisi di ansia sono prevalentemente due:

1) l’inizio è improvviso; l‘aumento di intensità dei sintomi, fino al picco massimo, è estremamente rapido e si articola nell’arco di circa 10 minuti, spesso accompagnato da senso di catastrofe imminente e di necessità impellente di allontanarsi dalla situazione originaria.

2) Le persone con attacco di panico, per la natura e l’intensità dei sintomi, credono davvero di essere giunti alla fine. Essi riferiscono usualmente di aver avuto paura di morire, di impazzire, di aver avuto un infarto o un ictus. Proprio per questo, nella quasi totalità dei casi, approdano al Pronto Soccorso, dove si procede ad una diagnosi differenziale. Questa caratteristica è l’elemento fondamentale su cui si basa la diagnosi di attacco di panico.

L’ansia che connota questo disturbo si distingue, dunque, da quella generalizzata per la sua natura parossistica e per la maggiore gravità dei sintomi.

Precisiamo anche che gli attacchi di panico possono rappresentare singoli episodi nella vita della persona; più frequentemente, invece, possono manifestarsi a ripetizione e assumere la connotazione di un vero e proprio disturbo di panico (DSM V – 2013)

Ma perché è così importante differenziare gli attacchi di panico da altre manifestazioni di ansia?

Il motivo principale è legato alla comprensione del disturbo portato dalla persona e dalla definizione del progetto terapeutico da realizzare, nonché dalla gravità percepita dal singolo individuo, quando si usano determinate etichette diagnostiche.

Una persona con attacchi di panico sarà portata ad attuare comportamenti di evitamento e di chiusura sempre più accentuati, poiché la paura di trovarsi nuovamente a vivere l’esperienza travolgente del disturbo lo condizionerà in modo profondo. Da qui, possono attivarsi altri livelli di problematicità: pensiamo, ad esempio, ad una persona che, dopo un episodio di attacco di panico avvenuto mentre andava a lavoro, ha paura di recarvisi nuovamente da sola, di ripercorrere la stessa strada o di prendere lo stesso mezzo pubblico. Il condizionamento sarà forte e, man mano, questo non farà che aumentare ulteriormente la tensione e la preoccupazione, in un effetto a spirale che continuerà fino a quando non si giungerà alla decisione di intraprendere un percorso di trattamento adeguato.

Quando, invece, i livelli di ansia consueti si innalzano come avviene nelle crisi di ansia, la persona, sebbene indubbiamente affaticata, non sperimenta l’esplosività impetuosa tipica del panico e, soprattutto, non fa i conti con la paura di morire o di impazzire; elementi, questi, che cambiano notevolmente la quotidianità, la percezione di gravità, nonché il quadro clinico che si prospetta.

Adesso, insieme, possiamo comprendere quanto accade al nostro Iron Man nella scena del ristorante.

Tony Stark-Iron Man parla con il suo amico di questioni di rilievo; arriva allora un bambino che gli chiede un autografo. Il pastello con cui Tony sta scrivendo sul disegno del piccolo si spezza e lì, senza apparente motivo, c’è il punto di rottura: la dirompenza di cui abbiamo parlato poc’anzi fa ingresso e, rispettando perfettamente il copione dell’attacco di panico, il protagonista, ansimante, scappa fuori dal ristorante (allontanamento dalla circostanza) e fa ricorso al suo personale “pronto soccorso”, la sua armatura interattiva ed ipertecnologica. Continuando la visione della scena, vediamo che la prima cosa che che Tony-Iron Man chiede alla sua “armatura” è: “controllami il cuore ed il cervello”, espressione lineare della paura rispettivamente di avere un infarto e di impazzire. Alla fine, l’armatura si pronuncia con una diagnosi lapidaria: “Lei ha avuto un violentissimo attacco di panico”.

Se si porta a termine la visione del film, vediamo che il personaggio incorre in altri due episodi di questo tipo, il che farebbe propendere per una diagnosi di disturbo da attacchi di panico.

Insomma, al nostro eroe consiglieremmo di prendere in carico la situazione, ma come?

ANSIA E PANICO: COSA FARE

Cosa è opportuno fare quando ci si trova a fare i conti con l’ansia nelle sue diverse manifestazioni?

Prima di passare alle considerazioni sui vari trattamenti possibili, è utile una precisazione. Grazie ai recenti studi, si è giunti a corroborare una posizione che già la psicoanalisi sosteneva fortemente: l’ansia, in sé e per sé, non necessariamente è “cattiva”. Essa ha, al contrario, una forte funzione adattiva. Agisce come una sorta di campanello di allarme che ci avverte della necessità di mettere in campo azioni volte alla soluzione di una qualche condizione problematica, interna o esterna.

In tal senso, l’ansia è uno stato emotivo come tutti gli altri.

Essa si tramuta in disturbo quando le risorse che il nostro “Io” attiva per far fronte alla situazione scatenante non conducono alla sua soluzione. In questo caso, l’ansia diventa persistente e invasiva alterando, in modo più o meno significativo, il funzionamento e la qualità delle diverse aree di vita della persona. Ciò che è importante comprendere, sia per le persone che vivono una condizione ansiosa, sia per i clinici che di ansia si occupano, è che essa è sempre portatrice di un messaggio. In tale direzione, il trattamento dei disturbi d’ansia mai dovrebbe essere finalizzato alla sola eliminazione della sintomatologia, attraverso l’utilizzo esclusivo di psicofarmaci, ad esempio. Sebbene essi possano essere utili, in alcuni casi, per stabilizzare le condizioni di base, una psicoterapia associata è sempre da consigliare. Essa avrà la primaria finalità di comprendere la natura profonda di quell’allarme, di capire cosa sta accadendo nella vita di quella persona ed è alla base della sintomatologia sviluppata. Attraverso interventi di empowerment, si consentirà alla persona l’attivazione delle giuste risorse per fronteggiare la situazione problematica e lo sviluppo di nuove modalità di lettura della realtà che non sarà più concepita come fitta di imminenti pericoli. In questo modo, l’individuo potrà sviluppare nuovi schemi comportamentali, mettendo da parte la tendenza all’evitamento e alla fuga, e ripristinando così un adeguato funzionamento nelle aree di vita compromesse.

EMDR, ANSIA E ATTACCHI DI PANICO

Nel panorama delle terapie attualmente più efficaci nel trattamento dei disturbi d’ansia e di panico, un discorso a sé va riservato all’EMDR. Numerose pubblicazioni scientifiche mostrano l’efficacia del metodo nella presa in carico risolutiva delle sintomatologie legate all’ansia. Grazie al quadro teorico di riferimento, è possibile infatti individuare le esperienze passate non elaborate dalle quali è scaturito il disturbo; mediante l’utilizzo di protocolli specifici, l’EMDR permette, poi, di elaborare i ricordi traumatici su cui ansia e panico si agganciano, consentendo così il dissolversi graduale e definitivo dei disturbi. (In bibliografia il link ad una review del 2020 sull’argomento).

Ma torniamo al nostro supereroe e utilizziamo quello che ci siamo appena detti: nel suo caso, dunque, inizieremmo a sostenerlo con una terapia farmacologica che lo aiuterebbe a ripristinare un adeguato equilibrio psicofisico, per esempio attraverso una normalizzazione del sonno. In parallelo, un sostegno psicoterapeutico lo condurrebbe ad individuare quali sono i fattori scatenanti dei fortissimi attacchi di panico (paura di attacchi terroristici imminenti, di perdere le persone care durante le guerriglie, paura di non essere adeguatamente equipaggiato di fronte al “pericolo” ecc.), così da sostenerlo nella ricerca di nuove soluzioni ai suoi vecchi problemi! Proprio come accadrebbe nella realtà.

D’altronde, Iron Man è un personaggio di fantasia, è vero, ma in tutti noi può esserci un pò di lui: in fondo, quando si decide di intraprendere un percorso terapeutico per affrontare i propri problemi, allora si comincia a combattere la propria battaglia. E si diventa, improvvisamente, un po’ eroi.

Immagine dal web

Per chi studia:

– Freud – Inibizione, sintomo e angoscia – OSF – Vol.10 – 1925

– APA – DSM-5 Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – Raffaello Cortina Editore,                                                 2014

Immagine dal web                    – Gabbard G.O. – Psichiatria Psicodinamica – Raffaello Cortina, 2007

                                       – Galassi F. – La terapia integrata dei disturbi d’ansia

                                       – Franco Angeli – 2009

                                      -The effectiveness of eye movement desensitization and reprocessing toward anxiety disorder: A                                            meta-analysis of randomized controlled trials.           Yunitri N, Kao CC, Chu H, Voss J, Chiu HL,                                               Liu D, Shen SH, Chang PC, Kang XL, Chou KR.J Psychiatr Res. 2020 Apr;123:102-113. doi:                                                            10.1016/j.jpsychires.2020.01.005. Epub 2020 Jan 28, 2015 Jul;30(4):183-92.

T come 'trauma'

Ad accompagnarci nel nostro viaggio alla scoperta del Trauma, sarà Dylan Dog, il famoso indagatore dell’incubo: personaggio sempre alle prese con mostri, streghe, demoni e oscurità; esperienze, dunque, dal grande valore stressogeno e potenzialmente traumatiche. Ma quali conseguenze ha tutto questo nella vita del nostro fumetto?

(l’immagine, reperita nel web, è la copertina de “Il sonno della ragione” – Angelo Stano – 1999).

Lo scopriremo più avanti!

TraumaEspressioni come “per me è stato un trauma”, “non posso farlo, sarebbe un trauma”, “è rimasto traumatizzato” ricorrono frequentemente nel nostro linguaggio comune, nei discorsi che ascoltiamo, nelle cose che leggiamo.

Ma che cos‘è davvero un trauma? E a cosa ci si riferisce quando si usa questo termine in psicologia?

L’etimologia, l’origine delle parole, è sempre un valido punto di partenza per comprendere.

La parola “trauma” deriva dal greco τραῦμα: ‘ferita‘; e ciò vale in qualunque disciplina, dalla medicina, alle scienze naturali, fino alle scienze umane.

In psicologia il trauma è una “ferita della psiche”, un danno che consegue all’esposizione ad eventi critici di varia natura e determina una ‘rottura’ nella vita della persona. Un trauma, infatti, altera l’equilibrio preesistente, ha un forte effetto di disorganizzazione e compromette il funzionamento dell’individuo nelle diverse aree di vita.

In funzione dell’evento critico alla base del trauma, si usa fare distinzione tra trauma con la ‘T’ maiuscola e trauma con la ‘t’ minuscola.

Sono Traumi con la ‘T’ maiuscola quelli che derivano da eventi singoli dal potenziale devastante, in cui l’individuo sperimenta, in prima persona o come spettatore, un pericolo di vita, vede minacciata in modo importante la sua incolumità e sopravvivenza e/o quella delle persone che gli sono care o lo circondano. Esempi di questa tipologia di trauma sono terremoti e catastrofi naturali, malattie, incidenti, episodi di violenza sessuale e fisica, attacchi terroristici, rapimenti e così via.

Quando nel linguaggio comune si parla di trauma è generalmente a questa tipologia che si fa riferimento.

C’è però un’altra categoria di trauma che, sebbene derivi da esperienze apparentemente meno drammatiche delle precedenti, può generare nelle persone conseguenze non meno gravi.

Sono traumi con la ‘t’ minuscola quelli derivanti da esperienze critiche ripetute nel tempo e che hanno una natura relazionale. Si tratta, cioè, di esperienze in cui la persona non si sente in pericolo di vita, ma che, gradualmente, ne intaccano il Sé, il nucleo profondo alla base della propria identità, rendendolo fragile. Traumi di questo tipo condizionano ciò che l’individuo pensa di se stesso, minano la sua autostima e, conseguentemente, tutta il suo funzionamento psichico. Eventi critici ripetuti che conducono a traumi con la t minuscola generalmente coinvolgono le figure genitoriali: quando un bambino riceve da chi lo accudisce messaggi svalutanti ripetuti, umiliazioni, noncuranza, violenze fisiche ed emotive, maltrattamenti di varia natura, anche di entità apparentemente non rilevante, può, nel corso del tempo, vedere minacciata la sua integrità psichica.

Ad esempio, un bambino che cresce sentendosi dire ripetutamente da una figura di riferimento (un genitore o un insegnante) ‘non sei capace’, ‘non ce la fai‘, inizierà a credere di essere davvero incapace; ciò lo porterà ad affrontare ogni esperienza – a scuola, con i compagni di giochi, nello sport – come se davvero non valesse nulla, e ad accumulare, una dopo l’altra, esperienze negative. Queste, a loro volta, non faranno altro che alimentare la sua credenza su di sé (‘allora è vero che non valgo niente‘) e condizioneranno intensamente la sua realizzazione come individuo.

Capiamo da questo semplice esempio come la presenza di traumi con la ‘t’ minuscola sia riscontrabile, nella vita di molti di noi, con maggiore frequenza rispetto ai traumi con la ‘T’.

Ciò che è importante comprendere è che non tutte le esperienze di eventi critici conducono al trauma. Ognuno di noi possiede un sistema innato di elaborazione delle informazioni che ci permette di “digerire” anche le esperienze sgradevoli; in pratica, il nostro cervello agisce in modo che la componente emotiva legata all’esperienza scivoli via, lasciando il posto ad un ricordo “cognitivo” dell’evento che è possibile inserire nella nostra storia di vita in modo funzionale: è possibile quindi ripensarci, riparlarne, senza per questo rivivere in modo dirompente l’evento stesso. Il trauma nasce, invece, da un “intoppo” in questo meccanismo.

In risposta ad alcuni eventi particolarmente critici, l’impatto emotivo è talmente elevato che il nostro cervello iperattiva alcune aree, (l’amigdala in particolare). Questa iperattivazione non consente lo svolgimento del normale processo di elaborazione dell’esperienza; questa viene, quindi, tramutata in un ricordo che rimane “congelato” nella nostra memoria in modo del tutto disfunzionale, cioè conserva le stesse identiche caratteristiche del momento in cui è stato vissuto. Il ricordo si chiude in una rete mnestica, cioè in una parte del cervello, scollegata da tutti gli altri ricordi elaborati; si scolla, si dissocia e agisce in maniera non controllabile. L’emotività che lo connota non viene elaborata e stimoli di varia natura possono riattivarla, in modo imprevedibile e non gestibile.

Sono numerose le variabili che intervengono nel processo che porta da un evento critico al trauma: l’età e la fase di sviluppo, le risorse personali di cui si è dotati al momento dell’evento, la ripetuta esposizione sono alcuni degli aspetti più rilevanti.

Adesso, torniamo per un attimo al nostro personaggio di oggi, e proviamo a dare una risposta al quesito di partenza. Il nostro indagatore dell’incubo fronteggia sempre situazioni in cui si trova faccia a faccia con il pericolo di morte, per lui e per chi lo circonda; nonostante ciò, sembra non rimanere bloccato da tali eserienze critiche che facilmente potrebbero tramutarsi in traumi con la ‘T’ maiuscola. Continua, infatti la sua missione, senza esitazioni.

Ad un’osservazione più attenta del personaggio, però, scopriamo che Dylan è ipocondriaco, claustrofobico e non prende l’aereo. Con un’alta probabilità, questi disturbi sono il risultato di una vita all’insegna degli eventi critici non del tutto elaborati.

Cerchiamo allora di comprendere meglio quali sono le conseguenze degli eventi traumatici fuori dalle pagine del fumetto.

Ma, allora, quali sono le conseguenze del trauma?

Di fronte ad eventi potenzialmente traumatici, nella maggioranza dei casi si va quindi incontro a reazioni emotive transitorie che, sebbene molto intense e dolorose, nonsi tramutano in disturbi veri e propri, ma fanno parte del naturale decorso di elaborazione dell’esperienza.

In una percentuale altissima di casi le persone ritrovano una condizione di equilibrio senza la necessità di ricorrere ad un intervento specialistico.

Ci sono casi, invece, in cui, anche a distanza di molto tempo, le persone portano conseguenze marcate dell’evento traumatico attraverso una serie di importanti segni.

Essi fanno capo alle seguenti categorie:

Tendenza a rivivere in maniera persistente l’evento attraverso pensieri intrusivi, sogni, reazioni di forte disagio emotivo di fronte a stimoli simbolicamente collegati all’evento.

Evitamento, cioè la tendenza ad evitare situazioni, luoghi e circostanze connesse all’evento.

Sintomi di iperattivazione, quali disturbi del sonno, tendenza a irritabilità e scatti d’ira, stati di allerta, mancanza di concentrazione.

Pensieri e stati d’animo negativi, con persistente senso di colpa, sensazione di inadeguatezza, di mancanza di controllo e di pericolo persistente, nonché ansia e senso di disperazione.

Quando tali sintomi sono persistenti e si manifestano in costellazioni particolari, ci troviamo di fronte a quello che viene chiamato Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD).

Esso è frequente, per esempio, nei militari reduci di guerra. Tale disturbo necessita di un intervento clinico specializzato, finalizzato a riabilitare la persona e a supportarla nel processo di rielaborazione.

Nello stesso modo, anche quando non si soddisfano i criteri del PTSD (cui sarà dedicato presto uno spazio a sé) ma sono presenti in modo persistente sintomi come quelli sopra elencati, si rende utile il ricorso ad uno specialista che possa sostenere la persona in un percorso di riduzione della sofferenza e di ricostruzione di una condizione di benessere psicofisico.

Perchè anche il cielo più nero, se lo si lascia scorrere, può lasciare nuovamente il posto ad una notte stellata.

(Nell’immagineNotte stellatadi Van Gogh – Immagine reperita dal WEB)

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