LUNEDÌ AI TEMPI DEL VIRUS: COSTRUIRE BELLEZZA

Immagine del web

È lunedì, un altro, l’ennesimo, che batte l’inizio di una nuova settimana. Come tutti i lunedì c’è intensa, la spinta a fare, realizzare, concretizzare, progettare. Ma tutto questo si scontra, ormai da mesi, con una complessità ed una grande pressione difficile da ignorare.L’immagine che mi viene in mente è quella di una grande mongolfiera bella, colorata, imponente, pronta al volo, nel momento in cui si stacca da terra, alla quale però è impedito di alzarsi verso l’alto da una zavorra pesantissima.È un po’ quello che ognuno di noi a proprio modo vive in questi mesi altalenanti, incerti, mutevoli, pieni di ansie e pressione e, nello stesso tempo, pieni della voglia di andare avanti ad ogni costo, di non arrendersi al potenziale distruttivo di questa circostanza.Ogni settimana qualcuno dei miei pazienti affronta un tampone o è in isolamento fiduciario o teme per la salute di una persona cara.Qualcuno ha perso il lavoro o è in grande difficoltà, qualcun altro è preoccupato per i propri figli, per la realizzazione dei propri progetti, per la difficoltà di costruire un futuro che, però, non si riesce a scorgere, a delineare.Esco da studio con un senso di compressione fortissimo, guardo intorno i volti tesi e affaticati delle persone; di contro mi muovo, insieme a tutti, in una realtà in cui gli spazi di ricarica, di svago, di nutrimento interiore, di socialità ed interazione sono fortemente limitati e compromessi o, nella migliore delle ipotesi, richiedono forti sforzi creativi per essere tenuti in vita.Nonostante tutto questo, però, la spinta in avanti, la pulsione di vita, come direbbe il geniale, caro Freud, continua a prendere prepotentemente il sopravvento.Dal week end in avanti, dopo una lunga analisi e riflessione, mi sono data un compito, proprio come faccio a studio, con i miei pazienti!”Cerca bellezza nelle cose piccole di tutti i giorni, concentrati su ciò che hai e non su ciò che hai perso, compi almeno un atto di bellezza, gentilezza o creatività ogni singolo giorno”.E da lì ho scoperto piante bellissime nel parco malconcio vicino a casa, funghi nel centro della città, quadrifogli nel vaso del terrazzo, ho impastato una nuovo intruglio, ho riscoperto quanto amore ho intorno, ho ringraziato perché i miei pazienti stanno tutti bene, ho sentito forte la vita che pulsa, spinge, trascina.E la mongolfiera ha fatto un forte balzo verso l’alto.Buona settimana a voi, amici e lettori;lasciate un commento con la vostra pillola di bellezza quotidiana, raccontate come avete tenuto alta la tua mongolfiera. Puoi aiutare qualcuno che ha avuto una giornata peggiore della vostra a trovare vento a favore…

La mia quarantena iniziava così…

Credo che il cosmo abbia il suo modo di riequilibrare le cose e le sue leggi, quando queste vengono stravolte e condivido con voi alcune riflessioni.
Il momento che stiamo vivendo, pieno di anomalie e paradossi, fa pensare…
In una fase in cui il cambiamento climatico causato dai disastri ambientali è arrivato a livelli preoccupanti, la Cina in primis e tanti paesi a seguire, sono costretti al blocco; l’economia collassa, ma l’inquinamento scende in maniera considerevole. L’aria migliora; si usa la mascherina, ma si respira…

In un momento storico in cui certe ideologie e politiche discriminatorie, con forti richiami ad un passato meschino, si stanno riattivando in tutto il mondo, arriva un virus che ci fa sperimentare che, in un attimo, possiamo diventare i discriminati, i segregati, quelli bloccati alla frontiera, quelli che portano le malattie. Anche se non ne abbiamo colpa. Anche se siamo bianchi, occidentali e viaggiamo in business class.

In una società fondata sulla produttività e sul consumo, in cui tutti corriamo 14 ore al giorno dietro a non si sa bene cosa, senza sabati nè domeniche, senza più rossi del calendario, da un momento all’altro, arriva lo stop.
Fermi, a casa, giorni e giorni. A fare i conti con un tempo di cui abbiamo perso il valore, se non è misurabile in compenso, in denaro.
Sappiamo ancora cosa farcene?

In una fase in cui la crescita dei propri figli è, per forza di cose, delegata spesso a figure ed istituzioni altre, il virus chiude le scuole e costringe a trovare soluzioni alternative, a rimettere insieme mamme e papà con i propri bimbi. Ci costringe a rifare famiglia.

In una dimensione in cui le relazioni, la comunicazione, la socialità sono giocate prevalentemente nel “non-spazio” del virtuale, del social network, dandoci l’illusione della vicinanza, il virus ci toglie quella vera di vicinanza, quella reale: che nessuno si tocchi, niente baci, niente abbracci, a distanza, nel freddo del non-contatto.
Quanto abbiamo dato per scontato questi gesti ed il loro significato?

In una fase sociale in cui pensare al proprio orto è diventata la regola, il virus ci manda un messaggio chiaro: l’unico modo per uscirne è la reciprocità, il senso di appartenenza, la comunita, il sentire di essere parte di qualcosa di più grande di cui prendersi cura e che si può prendere cura di noi. La responsabilità condivisa, il sentire che dalle tue azioni dipendono le sorti non solo tue, ma di tutti quelli che ti circondano. E che tu dipendi da loro.

Allora, se smettiamo di fare la caccia alle streghe, di domandarci di chi è la colpa o perché è accaduto tutto questo, ma ci domandiamo cosa possiamo imparare da questo, credo che abbiamo tutti molto su cui riflettere ed impegnarci.
Perchè col cosmo e le sue leggi, evidentemente, siamo in debito spinto.
Ce lo sta spiegando il virus, a caro prezzo.

A scuola a 5 anni: si o no?

Una delle questioni più delicate che i genitori di bimbi in età pre-scolare si trovano ad affrontare è: primina sì – primina no.

Nonostante i numerosi studi a supporto di un ingresso a scuola successivo al compimento dei 6 anni di età, c’è ancora molta disinformazione ed è forte la tendenza a sottovalutare le implicazioni dell’ingresso anticipato a scuola per i bambini.

Ad aggravare la situazione, la presenza di educatori della scuola materna che, ancora oggi, incoraggiano i genitori a far entrare i propri figli a scuola prima dei sei anni, al suono della canonica e scampanellante frase “il bambino è pronto”.

Ma che vuol dire essere pronto? Siamo sicuri che sia davvero così? E, rialzo, siamo sicuri che “essere pronti” sia sufficiente? Bene, proviamo a darci delle risposte semplici e fruibili. La tendenza frequente è quella di considerare il livello di sviluppo cognitivo come l‘unico indicatore rilevante ai fini della scelta. Capita spesso che i bambini, specie in questa fase storica, siano estremamente svegli e ricettivi, rapidi nell’apprendimento. Sono tanti quelli in grado di scrivere e riconoscere le lettere ed i numeri, di firmare, di contare in una lingua straniera almeno fino a 10; per non parlare delle competenze mostruose – nel senso letterale dell termine – che i bambini di oggi hanno nel campo dell’informatica; sovente, superano mamme e papà, cosa mostruosa, per l’appunto. Ciò porta molti a considerare “tutto pronto” per l’inizio della scuola primaria.

il blog della psicologa primina

Ma l’errore che si compie è fatale e parte da una considerazione molto semplice. Lo sviluppo di un bambino NON riguarda solo le competenze cognitive. CRESCERE non significa solo saper leggere e fare di conto, tutt’altro. Lo sviluppo alla base di una crescita sana ed armonica coinvolge la sfera psico-motoria, affettiva, emotiva, sociale e relazionale. Capiamo, quindi, che c’è molto altro da tenere in considerazione. Apprendere non significa solo acquisire nozioni; in una condizione ottimale, è necessario tenere conto, tanto per cominciare, delle competenze emotive del bambino, della sua capacità di tollerare le frustrazioni, di non riuscire ad ottenere sempre risultati positivi – cosa che a scuola può accadere – di non essere allo stesso livello dei suoi compagni, ad esempio. Pensiamo, poi, alla capacità di concentrazione che, all’età di cui ci stiamo occupando, cresce in modo esponenziale da un anno all’altro: ascoltare in modo attivo e stare seduti al banco per numerose ore può essere davvero molto faticoso. Pensiamo, ancora, alle abilità sociali e relazionali. Il fatto che un bambino sia socievole e ami giocare con gli altri, non significa che sia pronto a gestire un gruppo classe in condizione di apprendimento. Le implicazioni sono maggiori e possono avere un grosso peso. La scuola è un contesto in cui il bambino sperimenta le logiche del rendimento e del profitto, della prestazione finalizzata al risultato, dell’operato sottoposto a valutazione, della competizione sul risultato. Inoltre, un bambino anticipatario si confronterà, per tutta la sua vita scolastica, con bambini più grandi di lui e, quindi, in molti casi, più competenti.

Se lo sviluppo strutturale del bambino non è adeguato, si rischia di sottoporlo a livelli di tensione per lui ingestibili e, è bene tenerlo presente, piuttosto ingiustificati.

È necessario considerare che 6-8 mesi, in questa fase di sviluppo, sono determinanti. I processi di accrescimento neurofisiologico, da bambini, sono rapidissimi e molto delicati. Sottoporre l’individuo a condizioni stressogene, come l’ingresso anticipato a scuola, può comportare conseguenze che andranno ad impattare su tutto il processo di sviluppo, nelle diverse aree considerate. Alcune delle ripercussioni, spesso, diventano visibili nel lungo periodo. A fronte di un numero esperienze positive, che è certamente riscontrabile, dobbiamo avere contezza che, nella maggioranza dei casi, le cose vanno diversamente. Gli studi longitudinali, infatti, mostrano accordo nel rilevare che i bambini anticipatari, da adulti, riportano livelli di autostima più bassi, livelli di ansia generalizzata e di ansia da prestazione più elevati, nonché vari gap nell’apprendimento che si trascinano nella crescita.

Inoltre, mandare il bambino a scuola prima del dovuto, gli toglie molti mesi di gioco; ed è proprio attraverso il gioco che si snoda una parte significativa del processo di crescita e che molte abilità si evolvono. Giocare, per i più piccoli, è un vero e proprio impegno, un lavoro importante che consente loro di crescere in modo fluido, articolato e completo.

Anticipare l’ingresso a scuola significa, dunque, chiedere al bambino di svolgere compiti non conformi al suo livello evolutivo; azioni di questo tipo sono note come “adultizzazioni” e sono riconosciute dalla comunità scientifica come delle vere e proprie traumatizzazioni, in una fase di vita in cui il sistema neurofisiologico è particolarmente delicato e vulnerabile.

Lo sanno bene, ad esempio, molti Paesi del Nord-Europa, Svezia e Finlandia in prima fila, che da anni ormai hanno impostato l’ingresso a scuola a 7 anni. Parliamo di paesi che hanno messo a punto sistemi educativi altamente evoluti, cui tutta l’Europa, e non solo, guardano con ammirazione e spirito di emulazione. Il rispetto dei tempi, allora, diventa la regola centrale.

Dare ai bambini il tempo giusto, necessario, legittimo per diventare grandi, uscendo da logiche frettolose ed immotivate che usurpano esperienza, tempo, crescita, gioco, vita. Una volta entrati nel sistema didattico, non si torna indietro. Si studierà per molti anni, senza soluzione di continuità. Ma allora qual è il reale motivo per cui si spingono i bambini così in avanti?

Lo facciamo davvero per loro? O forse no? Questa è una buona domanda che un genitore dovrebbe porsi.

Ogni risposta sarà giusta, se data in autenticità, coerenza con i propri principi educativi e sulla base di informazioni fondate ed attendibili, sempre – e risottolineo – SEMPRE – con il bambino al centro.

(FOTO DAL WEB)

Il pensiero strategico

La psicoterapia strategica ha radici molto lontane, riconducibili al “pensiero strategico“.
Esso fu portato alla sua massima espressione dalle culture orientali già molti millenni fa.
Il libro de “I 36 stratagemmi“, insieme a “L’arte della guerra” di Sun Tzu, ci consegnano una testimonianza straordinaria; offrono spunti di riflessione che spingono a leggere la realtà fuori dai canoni tradizionali, con un occhio sempre lucido e sagace, capace di cogliere le sfumature e di attivare, poi, modalità di pensiero e di azione strategici, per l’appunto.
Ancora oggi, i grandi manager, gli economisti, nonché i più illustri capi di stato studiano e traggono ispirazione da questi testi.
Ecco un piccolo esempio tratto da “I 36 stratagemmi“.
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Pensiero strategico

Prescrizione della settimana ✔

Trasforma un limite in risorsa: quale aspetto del tuo carattere consideri un difetto?
Prova a girare la medaglia ed a pensare come puoi farlo diventare utile e funzionale, magari modificandone leggermente i contorni.
Ogni giorno impegnati ad applicare la tua risorsa; alla fine della settimana, non avrai più un difetto, ma una nuova consapevolezza.

Il Blog della Psicologa  - Dott.ssa Francesca Morelli

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Prescrizione del giorno ✔

Rompi la regola del “sono fatto così“.
Disobbedisci a te stesso ed a come sei fatto, ad un tuo modo fare abituale che non ti piace o non funziona.
Dimostrati che puoi fare diversamente e, quindi, essere “diversamente”.
E poi, goditi i risultati!

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www.francescamorelli.com/ilblogdellapsicologa

5 COSE A CUI PENSARE PRIMA DI AVERE UN FIGLIO

L’arrivo di un figlio, per una coppia, è universalmente considerato un evento a tinte rosa, portatore di felicità e gioia, un avvenimento “naturale” che, pertanto, vede il tutto accadere in modo istintivo e fluido.

In realtà, però, le cose non vanno sempre ed esattamente così

Intendiamoci, diventare genitori è, senza alcun dubbio, uno dei momenti più straordinari della vita ma, come tutti i cambiamenti importanti, porta con sé risvolti delicati di cui, però, si tende a parlar meno; quasi non si potesse associare qualcosa di “negativo” alla nascita di un figlio.

Ciò dà luogo ad una serie di conseguenze importanti che vanno dalla delusione delle aspettative che ci si crea, fino ad un vero e proprio vissuto negativo della propria esperienza come genitore. Tutte cose che potrebbero essere evitate o gestite se ci fosse un adeguato livello di informazione, di consapevolezza e responsabilità.

Comprendere quali siano le implicazioni della nascita di un figlio sulla vita di una coppia (così come di una sola persona) è fondamentale per poter andare verso una genitorialità responsabile, per essere pronti ad affrontare il cambiamento nel modo migliore o, in alcuni casi, per realizzare che, forse, la genitorialità non è conciliabile con il proprio progetto di vita. Tutto questo, naturalmente, non solo nel proprio interesse ma, prioritariamente, nell’interesse del bimbo che arriva.

Proviamo, allora, ad analizzare in pillole alcuni punti importanti.

1. MOTIVAZIONI REALI: VOGLIAMO DAVVERO UN FIGLIO?

Una delle cause principali di genitorialità disfunzionali ed infelici trova la sua origine a monte della questione; troppo spesso, infatti, si decide di avere un bambino senza porsi alcuna domanda a riguardo, senza chiedersi quali siano le reali motivazioni che spingono, come individui singoli e come membri di una coppia, ad intraprendere il percorso della genitorialità; ed a interrogarsi sul “come” su tale percorso si vuole camminare.

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Tanto è normale”, questo ci si sente dire, “fa parte della vita”.

Si è socialmente educati a considerare la nascita di un figlio come una tappa obbligata e fisiologica del ciclo-vita e, di conseguenza, non si ritiene necessario “pensarci su”.

Siamo pronti ad avere un figlio?” “Cosa significa per noi avere un bambino?” “Perché lo vogliamo adesso?” “Come cambierà la nostra vita con il suo arrivo?” “Siamo pronti ad affrontare questo impegno meraviglioso e, nello stesso tempo, totalizzante ed a tempo indeterminato?” “E che genitori pensiamo di diventare?”

Sono tutte domande che, solo raramente, le persone si pongono, con la conseguenza di ritrovarsi mamme e papà senza una reale consapevolezza, senza fondamenta solide su cui poggiare quello che, a ben vedere, è un vero e proprio progetto di vita.

Molti, addirittura, si ritrovano genitori con l’idea che il bambino salverà una relazione altrimenti prossima al capolinea.

Ma un figlio non è un “salva relazioni in crisi”, non“sana” i conflitti della coppia e non fa nascere sentimenti laddove non ci sono già.

Al contrario, sarebbe opportuno prendere in considerazione che l’arrivo di un neonato, mette alla prova la tenuta della coppia che è chiamata a ridefinirsi in termini di ruoli, compiti, ritmi, priorità ed organizzazione. Una vera e propria rivoluzione, insomma.

Quando il nuovo nato arriva in un clima già precario, dunque, non fa altro che amplificare le difficoltà preesistenti, rendendo ancora più evidenti le incomprensioni. Un bambino ha bisogno, per crescere bene, di un clima amorevole, stabile, sereno e di due genitori affiatati e consapevoli, pronti a tenersi per mano anche di fronte alle tensioni ed alle difficoltà e che abbiano chiaro un progetto di vita familiare, fondato su sentimenti solidi, condivisione di valori ed obiettivi.

Quando queste condizioni mancano, a risentirne non è solo la crescita affettiva del bambino; viene minacciato tutto il suo sviluppo neuropsicofisiologico, con conseguenze che vanno ad intaccare l’evoluzione globale dell’individuo.

Allora, forse, sedersi ad un tavolo e guardarsi negli occhi prima di mettere alla luce un figlio, è un atto di amore e di responsabilità che vale una vita!

2. RIDEFINIZIONE DI RITMI, ABITUDINI, PRIORITÀ

Una cosa spesso molto sottovalutata è lo stravolgimento di ritmi ed abitudini che è determinata dall’arrivo di un neonato a casa.

In condizioni normali, dopo il parto, una mamma ed il suo bimbo passano in ospedale 2 o 3 giorni, a seconda che si sia affrontato un parto naturale od un cesareo. Poi si torna a casa e l’avventura inizia!

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Lo spaesamento, per mamma e papà, può essere tanto: insieme alla felicità immensa per l’arrivo del bambino, ci si trova ad affrontare le sue richieste e necessità, si fa fatica a capire da subito di cosa ha bisogno e come rispondere.

Inoltre, i ritmi di sonno-veglia e di fame-sazietà sono completamente differenti da quelli di un adulto. Un neonato, volendo generalizzare al massimo, mangia ogni tre ore circa, poi bisogna attendere il cambio del pannolino; di solito, segue un sonnellino e tre ore sono già passate, si ricomincia. Tutto questo dura per i primi tre-sei mesi e va a normalizzarsi gradualmente e progressivamente nel corso del primo anno di vita. Come è facile intuire, i neo-genitori andranno incontro ad un momento di immensa felicità, ma anche di forte stanchezza. Tutte quelle che erano le abitudini della coppia, adesso sono fuori uso ed ogni pianificazione, decisione, considerazione va fatta in funzione del nuovo arrivato, in un clima di cambiamento costante.

Ma se si dice “solo” che diventare genitori è meraviglioso, che tutto fila liscio e naturale, allora può succedere che sentire la stanchezza, provare confusione e spaesamento, pensare di non farcela, porta a credere di avere qualcosa che non va, che si sta sbagliando da qualche parte, fa provare frustrazione e tensione e vivere male un evento, in realtà, bellissimo! Diversamente, sapere che si sta affrontando solo una fisiologica fase di riassestamento, caratterizzata da una certa fatica e da tanto impegno, lascia spazio a soluzioni e vissuti certamente migliori, per sé e, soprattutto, per il piccolo!

attaccamento

Le cose miglioreranno in modo graduale ma costante, statene certi!

Nello stesso tempo, però, bisogna tenere presente che anche quando i bisogni primari avranno preso una ritmica più regolare, il bambino rimarrà la priorità. I genitori avranno l’obbligo di adattare il loro stile di vita alle esigenze di un bimbo che cresce. “Prendi e parti” non sarà più possibile, poiché tutto andrà fatto a “misura di bambino”.

Siete pronti a questo? Ad un impegno irreversibile che

cambierà la vostra vita a tempo indeterminato? Perché ciò che è certo è che “Mamma” e “Papà” si rimane per sempre.

3. IL NEONATO È UN ESSERE COMPETENTE SIN DALLA NASCITA

Per secoli, i neonati sono stati considerati degli esserini bisognosi di cure, ma passivi e incapaci di grandi cose. Si era portati a pensare, quindi, che per i primi tempi, anche per i primi anni, non fosse troppo rilevante ciò che accadeva loro intorno ed a sottovalutare in modo drammatico l’importanza delle interazioni tra care-givers e neonato: “tanto ancora non capisce”, si sentiva ripetere. In questo modo, si tendeva a posticipare l’impegno educativo vero e proprio, tralasciando il valore di tutto ciò che accade nei primi 3-5 anni di vita.

Bene, non c’è errore più fatale.

Un neonato arriva alla luce, tra le braccia dei suoi genitori, con i 5 sensi perfettamente funzionanti.

Ciò significa che il neonato è in grado di ricevere tutti i tipi di informazione dall’ambiente e di iniziare ad elaborarle.

Ma c’è dell’altro: lo sviluppo del sistema nervoso, che governa tutte le nostre funzioni cognitive, motorie, emotive, affettive ecc, continua fino alla tarda adolescenza, ma tale crescita non è un processo dagli esiti scontati, tutt’altro: esso dipende proprio dalla quantità (e qualità) di stimoli che l’individuo riceve. Sono proprio gli stimoli, infatti, insieme ad una serie di altri fattori, che permettono l’evoluzione sana e articolata di un individuo: parlare col bambino in modo corretto e partecipato, giocare con lui, coccolarlo, raccontargli e spiegargli le cose, ascoltare insieme la musica, mostrargli, quindi, ciò che lo circonda, sono tutte cose che fanno parte di un processo fondamentale finalizzato a far sì che egli sviluppi al massimo le sue potenzialità; ed è un processo che, come vediamo, avviene prevalentemente nella relazione tra il piccolo e le sue figure genitoriali. È bene tenere a mente che tutto questo DEVE iniziare sin da subito, per non perdere tappe evolutive importanti, difficili poi da recuperare e che il bambino è un “terreno fertile”, sul quale nessun seme andrà perso!

Ecco, quindi, che i bambini conoscono ciò che li circonda attraverso la relazione con i propri genitori: è necessario, allora, che le mamme ed i papà si impegnino a scomporre la realtà in pezzi maneggiabili dai propri figli. È una grande responsabilità, un dovere imprescindibile, ma anche una cosa che porta in sé una straordinaria meraviglia, se ci si pensa solo un istante: “figlio mio, vieni, ti presento il mondo”!

Vostro figlio erediterà da voi proprio una visione del mondo, attraverso un processo che non conosce pause: dedicatevi con attenzione a ciò che gli mostrate ed al modo in cui lo fate. Da subito.

4. LA RELAZIONE DI ATTACCAMENTO DETERMINA LO SVILUPPO GLOBALE DELLA PERSONA

Come abbiamo appena detto, dunque, la relazione con mamma e papà è fondamentale sin da subito per il neonato, perché grazie ad essa egli impara a conoscere la realtà.

E a ben vedere, dentro la relazione con i care-giver accadono molte altre cose significative: attraverso mamma è papà, il bambino trova soddisfazione ai suoi bisogni, impara chi è, sviluppa la sua identità ed apprende modelli di relazione.

attaccamento

Il modo in cui i genitori interagiscono con il bambino, sin dalle prime battute, fa sì che il piccolo acquisisca delle conoscenze su “come vanno le cose”: ad esempio, se quando piange, le figure di accudimento gli stanno accanto e gli fanno capire che si stanno occupando di lui, imparerà a pensare di sé che è amabile, meritevole di attenzioni e cure, che il mondo è un posto “buono” e che l’”altro” è accogliente e disponibile. Al contrario, può accadere che, se le figure di accudimento, per le più svariate ragioni, non sono in grado di rispondere adeguatamente alle richieste del bambino, egli svilupperà un modello secondo il quale di fronte ad un bisogno deve cercare di cavarsela da solo poiché non merita aiuto e supporto, che l’”altro” non è rispondente e positivo, ma piuttosto inaffidabile e indisponibile.

Tutto questo inizia dal semplice cambio del pannolino, dall’allattamento, dalle coccole dei primi giorni e condizionerà, nel bene e nel male, la vita del bambino. Nelle relazioni future, da quelle con i compagni di asilo o del parco, a quella con le altre altre figure di riferimento – nonni, insegnanti, allenatori, maestri, amici e ancora fidanzati, colleghi di lavoro, compagni di squadra e compagni di vita – si rimetterà in atto lo schema di relazione appreso dai propri genitori.

Ricordate che ai bambini non importa avere genitori perfetti che fanno cose perfette al primo colpo; sono, invece, interessati a sapere che siete lì e vi state occupando di loro. Hanno bisogno di sapere che hanno una “base sicura”, usando le parole di Bowlby, cioè qualcuno che garantisca protezione, sicurezza, presenza costante ed amore, cose necessarie per la sopravvivenza.

É un impegno totalizzante, continuo.

Ma tutto questo va letto nella giusta chiave: non con ansia e preoccupazione, bensì con la consapevolezza che ogni gesto compiuto come genitore non cade nel vuoto, ma ha significato e valore per il bimbo che lo riceve, sin dalle primissime battute.

5 LA VERA SFIDA: ACCETTARE IL PROPRIO FIGLIO.

Ogni persona ha delle aspettative riguardo al proprio bambino, spera o si aspetta che abbia un certo aspetto fisico, che rispecchi i propri valori, le proprie idee, che realizzi i progetti pianificati per lui e così via.

Ma tanto frequentemente accade che, già da piccolissimi, quelle aspettative non vengano rispettate.

Si spera, per esempio, in un bimbo calmo e sorridente e, magari, ne arriva uno vivace e inarrestabile oppure piagnucoloso e difficilmente consolabile. Si spera che ami la stessa squadra di calcio del papà, che scelga lo stesso partito politico o che sposi gli stessi valori importanti per i genitori o per il suo sistema di appartenenza, tanto per fare degli esempi, ma tante e tante volte non è così. E allora?

Siete pronti ad accettare vostro figlio così come sarà e come deciderà di essere? Perché la vera sfida è proprio questa. Non è di certo difficile amarli! Nulla è più naturale. Ma siete disposti ad essere “basi sicure” anche quando i vostri figli sceglieranno di essere diversi da voi? Siete pronti a dire “per me vai bene così come sei” anche quando le loro scelte vi contrarieranno, deluderanno, adireranno, spaventeranno?

Perché un genitore “sufficientemente buono” (come ci dicono gli studi sull’attaccamento) deve essere pronto anche a questo.

Tirando le somme, tutto è riassumibile in un concetto semplice: mettere al mondo un figlio e crescere un figlio sono due cose diverse. La nascita di un bambino segna, per un genitore, una presa di responsabilità che inizia con il primo vagito e dura per sempre.

Mettere al mondo un figlio, dunque, non basta per diventare genitori; né, d’altronde, essere perfetti è necessario. Commettere degli errori è inevitabile, ma ciò che conta è essere disposti a mettersi in discussione ed a ridefinire, di volta in volta, le proprie decisioni.

Esserci” è ciò che fa la differenza, con dedizione, impegno, amore, voglia di

genitorialità consapevole

crescere, come genitore, insieme al proprio figlio, in un processo straordinario di reciprocità che non smette mai di mettere alla prova e di stupire.

Siete pronti a tutto questo?

Ogni risposta, se data a sé ed all’altro per tempo, con consapevolezza, onestà e chiarezza, è quella giusta.

Ed è un vero atto d’amore.