A scuola a 5 anni: si o no?

Una delle questioni più delicate che i genitori di bimbi in età pre-scolare si trovano ad affrontare è: primina sì – primina no.

Nonostante i numerosi studi a supporto di un ingresso a scuola successivo al compimento dei 6 anni di età, c’è ancora molta disinformazione ed è forte la tendenza a sottovalutare le implicazioni dell’ingresso anticipato a scuola per i bambini.

Ad aggravare la situazione, la presenza di educatori della scuola materna che, ancora oggi, incoraggiano i genitori a far entrare i propri figli a scuola prima dei sei anni, al suono della canonica e scampanellante frase “il bambino è pronto”.

Ma che vuol dire essere pronto? Siamo sicuri che sia davvero così? E, rialzo, siamo sicuri che “essere pronti” sia sufficiente? Bene, proviamo a darci delle risposte semplici e fruibili. La tendenza frequente è quella di considerare il livello di sviluppo cognitivo come l‘unico indicatore rilevante ai fini della scelta. Capita spesso che i bambini, specie in questa fase storica, siano estremamente svegli e ricettivi, rapidi nell’apprendimento. Sono tanti quelli in grado di scrivere e riconoscere le lettere ed i numeri, di firmare, di contare in una lingua straniera almeno fino a 10; per non parlare delle competenze mostruose – nel senso letterale dell termine – che i bambini di oggi hanno nel campo dell’informatica; sovente, superano mamme e papà, cosa mostruosa, per l’appunto. Ciò porta molti a considerare “tutto pronto” per l’inizio della scuola primaria.

il blog della psicologa primina

Ma l’errore che si compie è fatale e parte da una considerazione molto semplice. Lo sviluppo di un bambino NON riguarda solo le competenze cognitive. CRESCERE non significa solo saper leggere e fare di conto, tutt’altro. Lo sviluppo alla base di una crescita sana ed armonica coinvolge la sfera psico-motoria, affettiva, emotiva, sociale e relazionale. Capiamo, quindi, che c’è molto altro da tenere in considerazione. Apprendere non significa solo acquisire nozioni; in una condizione ottimale, è necessario tenere conto, tanto per cominciare, delle competenze emotive del bambino, della sua capacità di tollerare le frustrazioni, di non riuscire ad ottenere sempre risultati positivi – cosa che a scuola può accadere – di non essere allo stesso livello dei suoi compagni, ad esempio. Pensiamo, poi, alla capacità di concentrazione che, all’età di cui ci stiamo occupando, cresce in modo esponenziale da un anno all’altro: ascoltare in modo attivo e stare seduti al banco per numerose ore può essere davvero molto faticoso. Pensiamo, ancora, alle abilità sociali e relazionali. Il fatto che un bambino sia socievole e ami giocare con gli altri, non significa che sia pronto a gestire un gruppo classe in condizione di apprendimento. Le implicazioni sono maggiori e possono avere un grosso peso. La scuola è un contesto in cui il bambino sperimenta le logiche del rendimento e del profitto, della prestazione finalizzata al risultato, dell’operato sottoposto a valutazione, della competizione sul risultato. Inoltre, un bambino anticipatario si confronterà, per tutta la sua vita scolastica, con bambini più grandi di lui e, quindi, in molti casi, più competenti.

Se lo sviluppo strutturale del bambino non è adeguato, si rischia di sottoporlo a livelli di tensione per lui ingestibili e, è bene tenerlo presente, piuttosto ingiustificati.

È necessario considerare che 6-8 mesi, in questa fase di sviluppo, sono determinanti. I processi di accrescimento neurofisiologico, da bambini, sono rapidissimi e molto delicati. Sottoporre l’individuo a condizioni stressogene, come l’ingresso anticipato a scuola, può comportare conseguenze che andranno ad impattare su tutto il processo di sviluppo, nelle diverse aree considerate. Alcune delle ripercussioni, spesso, diventano visibili nel lungo periodo. A fronte di un numero esperienze positive, che è certamente riscontrabile, dobbiamo avere contezza che, nella maggioranza dei casi, le cose vanno diversamente. Gli studi longitudinali, infatti, mostrano accordo nel rilevare che i bambini anticipatari, da adulti, riportano livelli di autostima più bassi, livelli di ansia generalizzata e di ansia da prestazione più elevati, nonché vari gap nell’apprendimento che si trascinano nella crescita.

Inoltre, mandare il bambino a scuola prima del dovuto, gli toglie molti mesi di gioco; ed è proprio attraverso il gioco che si snoda una parte significativa del processo di crescita e che molte abilità si evolvono. Giocare, per i più piccoli, è un vero e proprio impegno, un lavoro importante che consente loro di crescere in modo fluido, articolato e completo.

Anticipare l’ingresso a scuola significa, dunque, chiedere al bambino di svolgere compiti non conformi al suo livello evolutivo; azioni di questo tipo sono note come “adultizzazioni” e sono riconosciute dalla comunità scientifica come delle vere e proprie traumatizzazioni, in una fase di vita in cui il sistema neurofisiologico è particolarmente delicato e vulnerabile.

Lo sanno bene, ad esempio, molti Paesi del Nord-Europa, Svezia e Finlandia in prima fila, che da anni ormai hanno impostato l’ingresso a scuola a 7 anni. Parliamo di paesi che hanno messo a punto sistemi educativi altamente evoluti, cui tutta l’Europa, e non solo, guardano con ammirazione e spirito di emulazione. Il rispetto dei tempi, allora, diventa la regola centrale.

Dare ai bambini il tempo giusto, necessario, legittimo per diventare grandi, uscendo da logiche frettolose ed immotivate che usurpano esperienza, tempo, crescita, gioco, vita. Una volta entrati nel sistema didattico, non si torna indietro. Si studierà per molti anni, senza soluzione di continuità. Ma allora qual è il reale motivo per cui si spingono i bambini così in avanti?

Lo facciamo davvero per loro? O forse no? Questa è una buona domanda che un genitore dovrebbe porsi.

Ogni risposta sarà giusta, se data in autenticità, coerenza con i propri principi educativi e sulla base di informazioni fondate ed attendibili, sempre – e risottolineo – SEMPRE – con il bambino al centro.

(FOTO DAL WEB)

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