Sessualità: questa illustre sconosciuta.

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La sessualità è una sfera delicata e ricca di complessità della vita di ogni essere umano, le cui articolazioni si muovono, come in un sistema di cerchi concentrici, da un livello strettamente privato e personale, fino ad un livello sociale e finanche legislativo.

Le movimentazioni degli ultimi giorni per il riconoscimento dei diritti civili alle coppie omosessuali ne sono un esempio: ci si schiera per far sì che un certo gruppo di persone, connotato in base ad un aspetto della propria sessualità, possa godere o meno del diritto di unirsi in matrimonio e formare, di conseguenza, una famiglia.

Si comprende subito, quindi, quanto la dimensione sessuale della vita individuale e collettiva sia significativa. Ciò nonostante, molti suoi aspetti sono avvolti da grande confusione. Si è portati ad “agire” la sessualità o a costruirsi delle convinzioni a riguardo, dando per scontate molte cose e tralasciando la comprensione e la conoscenza di alcuni elementi basilari che aiuterebbero ad avere le idee più chiare ed a vivere questa sfera della propria ed altrui vita con maggiore consapevolezza e fluidità. Non da meno, diffondere una cultura della conoscenza rispetto alla sessualità, sarebbe di grande sostegno a livello sociale: come abbiamo appena visto con l’esempio delle coppie omosessuali, le idee riguardo a vari ambiti della vita sessuale condizionano la visione di sé e dell’altro, ci portano a ritenere giuste o sbagliate determinate condotte o modi di essere e sentire, il che, inevitabilmente, si traduce ad un livello ancor più spinoso e ampio: ci porta, cioè, a ritenere che certi diritti appartengano ad alcuni, ma non ad altri, proprio in funzione di aspetti della sessualità che comprendiamo solo parzialmente o, più drammaticamente, che siamo abituati a considerare in maniera distorta e fuorviante.

Questa carenza strutturale nelle conoscenze legate alla sessualità, inoltre, appare del tutto slegata ed ingiustificabile in un momento storico in cui parlare di questi argomenti è attività sdoganata e comune. Tanti tabù e reticenze che, solo fino ad un paio di decenni fa, aleggiavano attorno a tali tematiche sono ormai solo un ricordo e sono stati soppiantati da una sorta di “libertinaggio” e di ostentata “naturalezza” riguardo al sesso: tutti ne parlano, tutti lo fanno, tutti lo sanno, tutto va bene. Ciò che però salta all’occhio è che tale apertura nei confronti del sesso e delle sue manifestazioni non sia supportata da una adeguata conoscenza di base ed appaia slegata dalla dimensione relazionale ed intima che le fa da contorno. Cerco di spiegarmi meglio: si parla letteralmente ovunque di rapporti sessuali, di contraccezione, preservativi e pillole del giorno dopo; qualunque canale di comunicazione – dalla televisione, alla radio, dalla letteratura, alla fotografia – manda messaggi sessuali espliciti e diretti, ma provate a chiedere al vostro vicino di scrivania, di tavolo, di poltrona, di casa di parlarvi del ciclo mestruale, o di spiegarvi cosa significhi etero, omo e bisessualità, provate a farvi raccontare cosa vuol dire “trans” e che cosa è, secondo lui/lei, l’intimità; provate, poi, a leggere le notizie della settimana e a non trovare nota di un qualche pestaggio o atto di bullismo nei confronti di persone con una sessualità diversa da quella “eteroconnotata” e, ancora, di gesti estremi da parte di persone – generalmente giovanissimi – vessate per aspetti, reali o presunti, legati alla propria sessualità.

Bene, già ad una prima, semplice osservazione, emerge la complessità dell’argomento che stiamo affrontando; si rileva facilmente una discrepanza, una sorta di scissione tra la facilità con cui si parla di sesso e sessualità e la labilità delle basi su cui tale “facilità” sia poggiata.

Con l’obiettivo di aprire spazi di riflessione che possano condurre ad idee e convinzioni scientificamente motivate riguardo alla dimensione psicosessuale, ci soffermeremo su alcuni concetti in apparenza molto semplici ma fondanti. Entreremo nei meriti di queste definizioni, cercando di comprenderne le articolazioni e il modo in cui esse si intreccino nel complesso percorso di sviluppo della sessualità umana; un processo, questo, tutt’altro che semplice ed univoco, con esiti per nulla scontati e molto lontani dall’essere determinati unicamente dal sesso di nascita.

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Iniziamo specificando che si definisce “sesso” l’insieme dei caratteri anatomici e fisiologici che contraddistinguono, all’interno di una specie, il maschio e la femmina. Per avere una visione completa, differenziamo tra il sesso cromosomico, quello gonadico e quello fenotipico. La definizione del sesso cromosomico, nell’essere umano, inizia al momento della fecondazione e deriva dall’incontro dei gameti maschile e femminile. Il patrimonio cromosomico che determina il sesso femminile è dato da una coppia di cromosomi X (XX); quello maschile, invece, da una coppia di cromosomi XY. Poiché il patrimonio genetico di ogni individuo è costituito da metà patrimonio materno e metà paterno, il sesso del bambino è definito dal cromosoma proveniente dal padre; dalla madre, infatti, può provenire solo un cromosoma X (avendo due XX), mentre dal patrimonio paterno può provenire o un cromosoma X o uno Y che sarà, quindi, quello determinante nella definizione del sesso cromosomico del feto. Sfatiamo, quindi, un antico e falso mito che ha portato al ripudio e al disconoscimento di tante mogli e regine, poiché considerate “incapaci di dare l’erede maschio”…storia di vita vera e nemmeno troppo remota, purtroppo. Un esempio di come la mancanza di conoscenza genera pregiudizi e false credenze, con nefaste conseguenze. Sesso gonadico e sesso fenotipico si riferiscono rispettivamente ai caratteri sessuali primari, relativi cioè all’apparato sessuale vero e proprio, e secondari cioè quelli che compaiono a seguito della pubertà (peli, barba, allargamento delle spalle negli uomini, o seno, allargamento del bacino e peluria nelle donne, ad esempio). Se tutto procede in modo lineare, c’è corrispondenza tra il sesso cromosomico, il sesso gonadico e quello fenotipico. Tuttavia, esistono circostanze particolari in cui, a causa di alterazioni di varia natura, tale corrispondenza può venire a mancare a causa di anomalie genetiche: il sesso visibile alla nascita, nel corso dello sviluppo, non trova riscontro nei caratteri sessuali secondari che vengono a manifestarsi esteriormente, come avviene nelle sindromi dette intersessuali, (ad es. quella di Klinefelter o di Turner).

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Ma la componente biologica della sessualità è solo uno dei tasselli coinvolti; esistono numerose altre variabili di natura più articolata che è utile prendere in considerazione. Incontriamo, dunque, il concetto di “genere”, un costrutto culturale che si riferisce a tutti gli attributi che una particolare cultura ritiene appropriati agli individui di un determinato sesso. Questa definizione ha origine nel 1837 con Usk, ma si diffonde, poi, negli anni Settanta, grazie al movimento femminista che inizia a differenziare proprio tra le connotazioni fisiche e le componenti socioculturali, legate, quindi, al comportamento e al modo di fare. Come ci spiega bene Foucault, già nel 1961, mentre il sesso è un elemento fisso, il genere va inteso come una variabile fluida che cambia e si modifica in contesti ed epoche diverse; fino a qualche tempo fa, ad esempio, alcuni lavori erano connotati come ad esclusiva pertinenza maschile – pensiamo a ruoli manageriali, alle carriere militari, alla guida dei mezzi pesanti e così via -. Grazie ad un radicale cambiamento socio-culturale, oggi tali attività sono sdoganate alle donne; nello stesso tempo, si vedono tanti uomini impegnati, ad esempio, nella cura dei figli o della casa, da sempre considerate di stretta pertinenza femminile. Ecco quindi come, attraverso le correnti di cambiamento, il “genere” muta le sue connotazioni.

Un altro concetto estremamente interessante, sul quale regna una grande fumosità, è quello

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dell‘identità di genere. La definizione più solida è quella di Money (1975), secondo il quale essa si riferisce “al senso di sé, all’unità ed alla persistenza del propria individualità maschile, femminile o ambivalente di grado maggiore o minore. Essa è l’esperienza personale del proprio ruolo di genere”; indica un continuo e persistente senso di sé come maschio o come femmina (o come percepito dalla persona). Ci si riferisce, quindi, al “sentirsi” appartenenti ad un determinato sesso. L’identità di genere è di solito congruente con il sesso biologico: i caratteri sessuali e l’apparato genitale coincidono, dunque, con il sesso cui la persona “sente” di appartenere. Sono donna e mi sento tale, ad esempio. In alcuni casi, però, questa congruenza viene a mancare. Ci sono persone con il corpo ed i caratteri sessuali appartenenti ad un sesso ma che si “sentono” intimamente appartenenti al sesso opposto. È il caso delle persone con disturbo dell’identità di genere (DIG) o transessualismo. Tale disturbo meriterebbe un capitolo a sé; ci limitiamo in questa sede ad alcuni cenni che possono facilitare la comprensione di uno stato estremamente doloroso e faticoso per tutti coloro che lo vivono. Il DIG può avere origine molto precocemente ed essere diagnosticato già in età infantile, quando, cioè, inizia a strutturarsi il proprio senso di sé come essere sessuato, vale a dire come maschio o come femmina. L’elemento centrale che conduce ad una diagnosi di questo tipo è proprio la sensazione che la persona racconta di essere “incastrata”, “intrappolata” in un corpo che non le appartiene, poiché non coincidente con il proprio “sentirsi” uomo o donna. Il travaglio e la sofferenza prima di arrivare a comprendere bene ciò che si prova nei confronti di se stessi e del nucleo sessuato della propria identità sono enormi; senza contare, poi, il difficile percorso successivo ad una diagnosi: cosa fare a quel punto? Una delle strade è quella della riattribuzione chirurgica del sesso, processo irto e lungo, oltreché doloroso e fortemente invasivo, se si pensa ai numerosi interventi chirurgici e all’assunzione perenne di farmaci ed ormoni. Chi affronta questa strada, diventa transgender a tutti gli effetti e, per la legge italiana, ha diritto a cambiare legalmente le proprie generalità: per la legge, quindi, il cambio di sesso viene riconosciuto e accettato. Ciò fa comprendere il peso e l’importanza del DIG a livello sociale e culturale.

Non tutte le persone con DIG decidono di procedere per questa strada (quindi un transessuale NON necessariamente è una persona che ha cambiato sesso, ma è una persona con DIG); alcuni modificano il loro corpo solo in modo parziale, altri continuano la propria vita cercando un adattamento del proprio aspetto all’intimo modo di percepirsi, senza intervenire chirurgicamente. Questi sono solo alcuni esempi della complessità di vita di chi vive una condizione come questa che fanno, però, ben comprendere la sofferenza e le vicissitudini che permeano la condizione di un transessuale. Dunque, una persona con DIG, è bene specificarlo, non è “pazza” o “fuori di senno”, non sceglie di cambiare sesso perché ha una forma di perversione o una sessualità patologica. Una persona con DIG vive una condizione di disturbo legata ad una mancanza di concordanza tra sesso cromosomico e sesso percepito, le cui origini sono riconducibili ad un complesso intreccio di fattori genetici, relazionali e ambientali.

Altra componente della psicosessualità di enorme rilievo è l’orientamento sessuale; Dettore lo definisce come “la modalità di risposta della persona ai diversi stimoli sessuali“. Ci dice che la “dimensione più importante dell’orientamento sessuale è il sesso del partner, inteso come persona in grado di indurre eccitamento sessuale (ed www.francescamorelli.comanche risposte sentimentali/affettive), che definisce l’orientamento di una persona come eterosessuale, omosessuale o bisessuale.” L’orientamento sessuale, quindi, ci dice “cosa” ci piace, ci induce eccitamento, ci attrae. Tale comprensione è arrivata dopo anni di studi e dibattimenti che hanno portato a conclusioni importanti. Per anni le persone omosessuali sono state considerate come portatrici di un disturbo grave prima della personalità, poi della sessualità. Solo nel 1973 inizia il processo di “depatologizzazione” dell’omosessualità; nella terza edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM), infatti, essa non è più presente tra le patologie sessuali; bisogna, poi, aspettare il 1993 perché anche l’OMS, organizzazione mondiale della sanità, prenda atto di tale stato di cose e proclamil’omosessualità come variante non patologica del comportamento sessuale. Risulta, quindi, decisamente fuori contesto e infondato, oggi, da un punto di vista scientifico, oltreché umano, considerare le variazioni dell’orientamento sessuale come aspetti patologici della sessualità. Ad oggi sono ormai numerosissimi i dati che mostrano come l’orientamento sessuale non abbia alcun collegamento e/o influenza sulla salute mentale dell’individuo. La popolazione eterosessuale e quella omosessuale non presentano alcuna diversità in tal senso.

Esistono, in ambito clinico, patologie legate a variazioni dell’oggetto sessuale (cioè di cosa provoca eccitamento) note come parafilie (il feticismo, il feticismo da travestitismo, il sadismo, il masochismo, la pedofilia e via di seguito), che vengono definite patologiche poiché provocano sofferenza o umiliazione di se stessi e/o del proprio partner e coinvolgono persone non consenzienti o, addirittura, bambini. Capiamo, quindi, come la componente affettiva e relazionale, nelle parafilie, sia fortemente compromessa e come ciò non abbia nulla a che vedere con l’orientamento sessuale.

Infine, capiamo cos’è il “ruolo di genere”: esso si riferisce al modo personale e soggettivo con

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cui ogni individuo agisce il proprio essere uomo o donna; dipende molto dai fattori ambientali e socio-culturali con cui l’individuo interagisce durante la sua crescita e da quanto egli si conforma o meno ad essi; capita di sentir definire alcune donne “mascoline” o alcuni uomini “effemminati” o femminei, proprio perché nel loro modo di vivere il ruolo di genere si discostano dai canoni socialmente attribuiti al proprio sesso di riferimento. Ciò, non ha nulla a che vedere con l’orientamento sessuale e con la propria identità di genere, ma è connesso solo ed esclusivamente al modo di vivere il proprio essere uomo o donna, in perfetta coerenza con il proprio sesso biologico e la propria identità di genere. Per intenderci, atteggiamenti “effemminati” in un uomo non sono necessariamente indicativi di omosessualità, ma solo di un modo di vivere il proprio essere uomo. Idem per le donne. Nello stesso modo, omosessuale uomo non significa “effemminato”, né omosessuale donna vuol dire “mascolina”. Orientamento sessuale e ruolo di genere non si condizionano a vicenda! La definizione del ruolo di genere è, ancora una volta, frutto di variabili personali, ambientali e socioculturali, elaborate in modo soggettivo da ogni persona.

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Capiamo, quindi, alla fine del nostro breve viaggio nella sessualità umana, come ogni suo aspetto sia il frutto di un complesso processo di interazione tra fattori biologici, ambientali, culturali, sociali, esperienziali ed affettivi. Sono moltissime le variabili in gioco e, ancor di più, gli esiti cui il processo di sviluppo della sessualità può condurre. Nessuna persona decide deliberatamente a quale sesso biologico appartenere e, nello stesso modo, nessuno di noi sceglie di avere un’identità di genere congruente o meno con il sesso “visibile”, né sceglie da cosa è attratto sessualmente ed affettivamente; semplicemente “sente” ciò che è. Il risultato è che ogni essere umano è una storia a sé, ha una sua unicità, frutto di una miriade di tasselli che si sono incastrati tra di loro in un modo irripetibile e caratteristico. Ciò va sempre considerato quando si ascolta se stessi, quando ci si pone questioni e si prendono posizioni rispetto ad espressioni della sessualità differenti dalla propria e, ancor di più, quando si prendono posizioni ideologiche riguardo a questioni di rilevanza sociale.

La sessualità andrebbe sempre considerata come una componente fondante dell’essere

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umano e, ove essa non leda la libertà, l’incolumità e l’intimità altrui, non andrebbe in alcun modo intesa come patologica. Molto spesso, si è portati a ritenere cio che è “diverso” da sé come peggiore o pericoloso. Questo ci spaventa e la reazione immediata è, con frequenza, quella di etichettare e allontanare, senza fare lo sforzo di comprendere. In tal senso, ogni individuo ha diritto di vivere in una società che ne tuteli la libera espressione, che diffonda conoscenza, in un contesto che spinga in modo naturale verso un’ottica di integrazione ed accoglienza, chiave eletta di una società civile.

(LE IMMAGINI SONO REPERITE DAL WEB)

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