Le relazioni pericolose

(IMMAGINI DAL WEB)

Ogniqualvolta ci troviamo di fronte alla notizia di una qualche donna vittima di violenza, il dispiacere e lo sconcerto che proviamo sono generalmente accompagnati da una percezione di distanza, come se vicende di quel tipo non potessero riguardarci troppo da vicino, come se le donne violentate, sfigurate o uccise fossero altre, diverse, lontane. E quindi quello sdegno iniziale, quella incredulità, pian piano diventano meno vivide e abbassiamo la guardia, ci distraiamo, fino ad una nuova notizia di qualche donna violentata, sfigurata o uccisa.

Poi, ancora quel meccanismo di distanziamento che ci aiuta a sentirci al sicuro, lontani dal pericolo, fino ad una nuova notizia, in un vortice continuo e, di fatto, ancora senza fine, come ci confermano i dati ISTAT 2014 sull’argomento (http://www.istat.it/it/archivio/161716) e quelli appena pubblicati, con gli aggiornamenti del quadro che si è delineato durante la pandemia (https://www.istat.it/it/archivio/250836).

Se è vero che molti episodi di violenza, soprattutto sessuale, sulle donne hanno carattere episodico ed improvviso, quello che però ci sfugge è che, troppe volte, la violenza sulle donne è solo il finale tragico di una storia durata troppo a lungo. L’epilogo cui assistiamo attraverso i mezzi di comunicazione, ormai velocissimi, non sempre ci aiuta a comprendere che, di frequente, quello stupro, quel viso sfigurato, quella morte sono solo il risultato finale di un processo iniziato molto prima e molto diversamente.

Sappiamo che il 30% delle donne italiane tra i 16 ed i 70 anni ha subito un episodio di violenza nell’arco della vita e, dato ancor più sconvolgente, sappiamo che la stragrande maggioranza delle violenze si consumano tra le mura domestiche. Uno dei dati a nostra disposizione, infatti, ci dice che il 62,7% degli stupri è commesso dal partner attuale della vittima e che sono proprio i partner o gli ex partner a commettere le violenze più gravi. Queste arrivano generalmente dopo altre manifestazioni di abuso, di quel genere che non lascia segni visibili e, quindi, meno intercettabile e condannabile La violenza fisica e quella sessuale, infatti, non sono le uniche forme di maltrattamento esistenti.

TIPOLOGIE DI VIOLENZA

Esistono anche forme di violenza quali quella psicologica, economica ed emotiva che la letteratura internazionale definisce nei termini di verbal abuse, emotional abuse e financial abuse.

Di segiuito sono riportate le forme di violenza con le relative manifestazioni più diffuse e, troppo spesso, sottovalutate nel loro valore di atti lesivi.

VIOLENZA FISICA

Atti finalizzati a generare paura nella vittima.

Si tratta di forme di lesione e minaccia fisica quali percosse, spintoni, morsi, pugni, schiaffi, calci, lancio di oggetti, tentativi di soffocamento, gesti atti a trattenere, torcere, lesioni di ogni natura.

VIOLENZA SESSUALE

Imposizione di pratiche sessuali indesiderate o di rapporti che arrechino dolore fisico e che siano lesivi della dignità, ottenuti con minacce di varia natura. L’imposizione di un rapporto sessuale o di un’intimità non desiderata è un atto di umiliazione, di sopraffazione e di soggiogazione che provoca nella vittima profonde ferite psichiche oltre che fisiche.

VIOLENZA ECONOMICA

Vietare alla donna l’accesso alle finanze o alla situazione patrimoniale della famiglia, impedirle di lavorare, sfruttarla come forza lavoro senza retribuzione, utilizzare in modo coatto i suoi guadagni e via di seguito. Sono tutte azioni volte a umiliare la donna ed a minarne l’autonomia, così da limitarla fortemente in ogni genere di presa di iniziativa, specie se indirizzata verso la fine della relazione.

VIOLENZA PSICOLOGICA

Ogni azione che mira ad indebolire la donna da un punto di vista “strutturale”, intaccandone in modo significativo l’autostima e l’immagine di sé. Rientrano nella categoria della violenza psicologica tutte le forme di abuso tese a ledere l’identità della donna:

– attacchi verbali come la derisione, la molestia verbale, la svalutazione, l’insulto, la denigrazione, finalizzati a convincere la donna di “non valere nulla”;

– isolare la donna, allontanarla dalle relazioni sociali di supporto o impedirle l’accesso alle risorse economiche e non, in modo da limitare la sua indipendenza;

gelosia ed ossessività: controllo eccessivo, accuse ripetute di infedeltà e controllo delle sue frequentazioni, minacce verbali di abuso, aggressione o tortura nei confronti della donna e/o la sua famiglia, i figli, gli amici;

– minacce ripetute di abbandono, divorzio, inizio di un’altra relazione se la donna non soddisfa determinate richieste;

– danneggiamento o distruzione degli oggetti di proprietà della donna;

– violenza sugli animali cari alla donna e/o ai suoi figli/e.

STALKING

Condotte reiterate di minaccia o molestia di taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumita’ propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita. Il reato è aggravato quando il fatto è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione alla persona offesa ovvero se il fatto e’ commesso attraverso strumenti informatici o telematici. (art. 612 bis c.p.)

REVENGE PORN

Letteralmente “vendetta porno”, il termine inglese si riferisce alla diffusione, attraverso strumenti digitali e in rete, di immagini e/o video a contenuto intimo e sessuale, senza il consenso del soggetto; il materiale può essere stato ripreso sia col consenso della vittima, sia a sua totale insaputa. La condivisione del materiale avviene con l’intento di umiliare, mortificare o punire la vittima, da qui il termine “revenge”. In Italia questa condotta è considerata un reato da Agosto 2019.

CICLO DI VITTIMIZZAZIONE

Ma come si arriva a tutto questo? Come si fa a trovarsi in situazioni che sembrano tanto inaccettabili eppure sono così frequenti e diffuse?

Ebbene, ciò che dobbiamo provere a capire è che nessuna donna nasce vittima di violenza, ma lo diventa dopo un lungo e drammatico percorso.

Sono molti gli autori che hanno teorizzato in tal senso.

Walker, per esempio, già nel 1979, introduceva la sua teoria sul ciclo della violenza, mettendo ben in evidenza come la fase di aggressione esplicita e manifesta fosse sempre preceduta da una fase detta di “accumulo di tensione”, durante la quale si prepara l’esplosione della violenza fisica; questa fase sarebbe caratterizzata da maltrattamenti di altra natura, come quelli verbali per esempio, meno espliciti e, quindi, più “tollerabili” dalla partner. Quando la tensione arriva al picco, si passa, poi, alla messa in atto dell’azione violenta. Essa è seguita dalla cosiddetta fase di “riappacificazione”, durante la quale l’uomo si professa cambiato, fa promesse di miglioramento e di grande amore, persuadendo la donna che tutto si rimetterà in ordine e che saranno di nuovo felici. Tale meccanismo, specie nella fase iniziale di una relazione, serve a legare la donna sempre di più da un punto di vista emotivo, così da chiuderla in un vortice senza fine.

Nessuna donna, quindi, sceglie consapevolmente di entrare in una relazione che terminerà con esiti violenti. Chi diventa vittima viene sottoposta a un vero e proprio processo di vittimizzazione che la trasforma, fino a farle perdere i confini di sé e della propria identità. C’è accordo tra gli studiosi nel ritenere, in linea con Walker, che tale processo passa attraverso una serie di fasi caratterizzate dalla seduzione, dalla manipolazione e dal condizionamento.

Ogni relazione che sfocia in finali tragici, inizia, quindi, con una fase in cui il rapporto è sereno, positivo e gratificante e tutto sembra andare nella migliore delle maniere. Il futuro abusante si muove in modo da far sentire la donna amata e protetta, facendo intuire le premesse per una storia d’amore perfetta. È solo in modo graduale che le cose si modificano, il soggetto violento inizia ad introdurre una serie di condizioni e di regole mirate a isolare la donna, a tagliarla fuori dalle relazioni con parenti ed amici, a renderla parte di un universo di cui è l’unico protagonista. La mancanza di contatto sociale e di confronto, sono elementi cruciali che conducono la donna a non avere più punti di riferimento, a non essere più parte di sistemi e reti con cui potersi confrontare, a perdere agganci con la realtà esterna. Nella parte avanzata di questa fase, inizia ad affacciarsi, per esempio, la violenza economica: l’uomo tenderà a boicottare il lavoro della donna, fino ad impedirle di andarci. Le taglierà le risorse economiche rendendola, così, dipendente da lui in tutto e per tutto. A ciò, si uniscono generalmente forme di violenza psicologica: la donna viene continuamente denigrata, offesa, sminuita e svalutata in ogni sua attività. Qualunque cosa fa viene attaccata, a volte seguita da scatti di ira funesti. In questo modo, la sua autostima viene gradualmente sgretolata, fino ad essere distrutta. Col passare del tempo, ella non si sentirà più in grado di trovare alternative alla relazione disfunzionale, sentirà di non meritare altro. Inizierà, pian piano, a diffidare anche della sua capacità di giudizio e di valutazione, a dubitare che le cose cui è sottoposta all’interno della relazione siano atroci e violanti, a confondere il possesso, la gelosia, i maltrattamenti con manifestazioni di amore del partner, fino a giustificare i suoi comportamenti abusanti ed a legittimarli.

A questo punto, tutto è pronto per passare alla fase successiva, quella in cui la violenza fisica e quella sessuale sono manifeste e sempre più frequenti. Nella donna si insinua, allora, una forma di panico, uno stato di allerta perenne, per la paura che qualunque suo movimento, espressione, parola possa indurre il compagno abusante a passare all’azione violenta. Nella fase finale di questo percorso, quando le donne riescono per un qualunque motivo a rivolgersi alle autorità prima di essere uccise, esse sono in uno stato di immobilismo: questo deriva dalla messa in atto di una strategia di difesa ancestrale degli esseri viventi di fronte al pericolo, a carico del primitivo circuito ventro-vagale: rimanere immobili nell’attesa che la minaccia cessi.

Ecco quindi che, quando parliamo di violenza sulle donne, non ci riferiamo esclusivamente ad atti singoli ed isolati, ma, differentemente, ad un vero e proprio circuito in cui una persona prende, attraverso strategie di controllo e manipolazione, il controllo sull’altro. Attraverso questo processo, la donna viene depersonalizzata e privata della propria identità, in modo che il suo universo mentale coincida in maniera puntuale con quello del compagno abusante.

CHI È A RISCHIO?

Come si evince da quanto ci siamo detti finora, spesso la violenza si insinua in una sorta di spirale dinamica che prende avvio nel contesto relazionale tra due persone. In tal senso, ciò che è oggetto dell’attenzione è la ricerca e lo studio di eventuali fattori predisponenti e/o predittivi che possano aiutare a comprendere se particolari situazioni siano maggiormente esposte ad evolvere in una direzione disfunzionale e violenta. L’obiettivo è quello di individuare le coppie maggiormente a rischio, così da mettere a punto piani di prevenzione ed intervento mirati.

I dati recenti che abbiamo a disposizione sulla violenza fisica e sessuale (ISTAT 2014) sfatano molti miti rispetto al profilo della donna vittima di violenza: la fascia di età più esposta è ampia, dai 16 ai 44 anni; abbiamo a che fare con donne laureate o diplomate nel 15,1% dei casi, contro il 3,7% delle donne senza titolo di studio; spesso è buona la situazione lavorativa (nel 16,3% dei casi di violenza fisica o sessuale, contro il 17,3% delle donne senza occupazione: una differenza di un solo punto percentuale). Il confronto tra Nord e Sud ci riserva altre sorprese: 10,9% delle donne vittimizzate al Nord Ovest, 10,7% nel Nord Est contro il 12,3% del Sud (escluse isole). I dati del 2020 delineano un quadro ancora più drammatico e preoccupante, con una donna uccisa ogni tre giorni ed una diffusione del fenomeno che rende urgenti degli interventi diretti, visto l’onda d’urto generata delle conseguenze della pandemia.

Ma allora, quali sono i fattori intervengono?

Sappiamo dell’esistenza di alcune variabili che, in qualche modo, rendono più probabile il trovarsi invischiati in relazioni violente, ma, se valutate isolatamente, esse non assumono alcun carattere di rilevanza. Essere cresciute in ambienti in cui la violenza è abituale e accettata, ad esempio, può certamente portare a sdoganare e tollerare una serie di comportamenti di per sé inaccettabili, ma da solo non basta. Non tutte le donne che hanno avuto coppie genitoriali con storie di violenza, infatti, reiterano tale dinamica.

Una prospettiva più ampia ed esaustiva in tal senso ci viene fornita dagli studi sui legami di attaccamento. Essi si occupano di studiare il modo in cui lo stile di attaccamento (cioè il modello primario di relazione che si sperimenta con le prime figure di accudimento, generalmente i genitori) condiziona le relazioni sentimentali negli adulti.

Da quanto emerge, nelle donne vittimizzate si risconta, con frequenza significativa, uno stile di attaccamento ansioso. Esso si caratterizza per la presenza di una bassa autostima e per una visione negativa di sé e degli altri. In queste persone c’è anche la necessità continua di conferme dall’altro, connessa ad una pressante ansia abbandonica e, quindi, una paura costante di perdere l’altro che di traduce in un atteggiamento di forte dipendenza relazionale. Ci troviamo di fronte a donne per le quali la separazione rappresenta un pericolo tale da portarle a considerare più accettabili i massacranti abusi cui vengono sottoposte dal partner; donne che, pur di non sperimentare il vuoto gerenato dalla fine della relazione, sottostanno a condizioni terrificanti. Donne fragili, quindi, di cui il partner può approfittare fino al loro annientamento. Donne che necessitano di sostegno.

Di contro, è stata dimostrata una presenza significativa, nei soggetti violenti/abusanti, di stili di attaccamento evitante o disorganizzato; essi sono caratterizzati dall’attribuire scarsa rilevanza alle relazioni sentimentali e all’altro in generale, e da una imprevedibilità nel comportamento. La svalutazione dell’altro, in questi casi, deriva da un meccanismo di difesa primitivo, finalizzato a coprire una profonda insicurezza. Inoltre, nei soggetti evitanti, le eccessive richieste da parte dell’altro generano allontanamento e, quando diventano troppo pressanti, rabbia e forte ostilità.

Proviamo ad immaginare l’incastro tra due partner con queste caratteristiche, in un quadro altamente disfunzionale: la partner femminile, per la paura di perdere l’altro e pur di scongiurare il pericolo del vuoto che deriverebbe dalla separazione, è disposta a tollerare qualunque genere di sottomissione e abuso. L’uomo con attaccamento evitante, dal canto suo, di fronte alle pressanti ricerche di conferme ed attenzioni da parte della donna, non farebbe altro che mettere in atto meccanismi di evitamento sempre più marcati, e caricare tensione. Nel profilo di chi agisce violenza, riscontriamo spesso anche una scarsa capacità di mentalizzazione, incapacità di tollerare le frustrazioni e di esprimere le emozioni in modo funzionale, nonché incapacità di confronto e di gestione dei conflitti. Queste caratteristiche sono quelle cui ricondurre il cosiddetto “passaggio all’atto”, cioè la messa in campo di azioni violente per risolvere situazioni di tensione diversamente ingestibili.

Ad oggi, non possiamo non considerare che l’isolamento, le difficoltà economiche, le conseguenze psicologiche e sociali dell’emergenza covid abbiano un ruolo determinante nell’esacerbare il fenomeno e nel rendere tante donne ancora più esposte: le richieste di aiuto al numero di emergenza nei mesi di pandemia sono aumentate del 73%, un dato raggelante.

PROSPETTIVE TERAPEUTICHE E DI INTERVENTO

Ma quali sono le prospettive per relazioni di questo tipo? Si esce dai circuiti di violenza domestica? L’ISTAT ci dice che negli ultimi anni è aumentata in modo significativo la capacità delle donne di prevenire e combattere il fenomeno, grazie soprattutto ad un clima sociale di maggiore condanna della violenza che ha portato le aggressioni fisiche e sessuali a diminuire di due punti percentuali.

Questo significa cheun maggior numero di donne denuncia e prova ad uscire dal circuito disfunzionale della vittimizzazione.

Ma questo non basta; non può bastare.

Quando le donne provano a mettersi in salvo, dopo le necessarie questioni legali, si apre un percorso altrettanto doloroso e difficile. Chi riesce ad entrare in un percorso di cura, si trova a fare i conti con le conseguenze di traumi profondi, con la necessità di ricostruire dalla base la propria identità cancellata, magari da anni di violenza, a fare i conti con la propria fragilità e con il fallimento. Deve primariamente accettare la portata di ciò che ha subito e spesso questa è la parte più difficile cui le donne reagiscono con forti meccanismi di negazione: non è facile accettare la propria condizione.

La relazione terapeutica ha, in questo cammino verso la ridefinizione di sé, un ruolo fondamentale, poiché permette alla donna di sperimentare una relazione riparatoria rispetto a quella con il partner violento e le consente, dentro una relazione protetta, di affrontare le rovine lasciate da quell’esperienza così totalizzante e distruttiva. Dopo una fase iniziale, in cui ci si accerta di mettere la donna ed i figli, ove presenti, al sicuro, il lavoro terapeutico passerà attraverso la ricostruzione della storia personale della donna, l’individuazione di risorse personali ed ambientali (eventuali parenti o amici, lavoro, condizione economica ecc.), il lavoro sugli aspetti traumatici e sugli eventi più significativi vissuti dentro la relazione abusante, elaborazione della fine della relazione che è come un vero e proprio lutto. Si arriva, poi, alla ricostruzione di relazioni significative con l’ambiente circostante, in modo da reinserire la donna dentro una rete sociale e di sostegno, frantumata a causa del partner violento, fino al consolidamento della nuova identità.

Si può intuire come, da un punto di vista sociale, sia necessario insistere con le campagne di sensibilizzazione e di diffusione di conoscenza. Il ruolo delle istituzioni e delle agenzie deputate alla protezione e salvaguardia delle donne è primario nella lotta ad un fenomeno così largamente diffuso e difficilmente arginabile.

Nello stesso tempo, ognuno di noi ha responsabilità nel non trascurare segnali che possono provenire dall’ambiente circostante. Tutti abbiamo sorelle, figlie, amiche, colleghe, vicine di casa che possono trovarsi in difficoltà; tutti abbiamo figli, amici, colleghi, vicini di casa che possono scivolare in comportamenti inadeguati e pericolosi.

È nostro dovere, personale, morale, sociale, non girare la testa dall’altra parte e raccogliere

la responsabilità di trasmettere valori come il rispetto dell’altro e la qualità della relazione. Ognuno di noi, in modi e circostanze diverse, in vari ambiti della propria vita, può essere chiamato a svolgere una funzione educativa e di divulgazione: penso ai genitori, nonni e zii in famiglia, agli insegnanti a scuola, agli istruttori nelle palestre, agli animatori ed educatori nei gruppi di incontro, allo psicologo o al medico con i propri pazienti, all’avvocato con i propri clienti; le circostanze sono numerose. E in ognuna di esse, si può diffondere e far crescere una coscienza comune che definisce in modo chiaro cosa sia una relazione d’amore e cosa, invece, con essa non abbia nulla a che vedere. La violenza, in ogni sua forma ed espressione, non è amore.

Facciamolo sapere a tutti.

Non dimentichiamo, infine, che è stato istituito un numero di emergenza per le donne in difficoltà, il 1522 https://www.1522.eu/, cui è possibile rivolgersi per chiedere aiuto e per segnalare situazioni a rischio.

Bibliografia

Bowlby, J. (1976): Attaccamento e perdita, Vol. 1: L’attaccamento alla madre, Boringhieri, Torino

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Davila, J., & Bradbury, T. N. (2001). Attachment insecurity and the distinction between unhappy spouses who do and do not divorce. Journal of Family Psychology, 15, 371-393 ISTAT – http://www.istat.it/it/archivio/161716

Walker L., The Battered Woman, Harper and Row, 1979

Wilson, Gardner, Brosi, Topham e Busby (2013), Dyadic adult attachment style and aggression within romantic relationship, Journal of Couple & Relationship Therapy 12 (2), 186-205

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