T come 'trauma'

Ad accompagnarci nel nostro viaggio alla scoperta del Trauma, sarà Dylan Dog, il famoso indagatore dell’incubo: personaggio sempre alle prese con mostri, streghe, demoni e oscurità; esperienze, dunque, dal grande valore stressogeno e potenzialmente traumatiche. Ma quali conseguenze ha tutto questo nella vita del nostro fumetto?

(l’immagine, reperita nel web, è la copertina de “Il sonno della ragione” – Angelo Stano – 1999).

Lo scopriremo più avanti!

TraumaEspressioni come “per me è stato un trauma”, “non posso farlo, sarebbe un trauma”, “è rimasto traumatizzato” ricorrono frequentemente nel nostro linguaggio comune, nei discorsi che ascoltiamo, nelle cose che leggiamo.

Ma che cos‘è davvero un trauma? E a cosa ci si riferisce quando si usa questo termine in psicologia?

L’etimologia, l’origine delle parole, è sempre un valido punto di partenza per comprendere.

La parola “trauma” deriva dal greco τραῦμα: ‘ferita‘; e ciò vale in qualunque disciplina, dalla medicina, alle scienze naturali, fino alle scienze umane.

In psicologia il trauma è una “ferita della psiche”, un danno che consegue all’esposizione ad eventi critici di varia natura e determina una ‘rottura’ nella vita della persona. Un trauma, infatti, altera l’equilibrio preesistente, ha un forte effetto di disorganizzazione e compromette il funzionamento dell’individuo nelle diverse aree di vita.

In funzione dell’evento critico alla base del trauma, si usa fare distinzione tra trauma con la ‘T’ maiuscola e trauma con la ‘t’ minuscola.

Sono Traumi con la ‘T’ maiuscola quelli che derivano da eventi singoli dal potenziale devastante, in cui l’individuo sperimenta, in prima persona o come spettatore, un pericolo di vita, vede minacciata in modo importante la sua incolumità e sopravvivenza e/o quella delle persone che gli sono care o lo circondano. Esempi di questa tipologia di trauma sono terremoti e catastrofi naturali, malattie, incidenti, episodi di violenza sessuale e fisica, attacchi terroristici, rapimenti e così via.

Quando nel linguaggio comune si parla di trauma è generalmente a questa tipologia che si fa riferimento.

C’è però un’altra categoria di trauma che, sebbene derivi da esperienze apparentemente meno drammatiche delle precedenti, può generare nelle persone conseguenze non meno gravi.

Sono traumi con la ‘t’ minuscola quelli derivanti da esperienze critiche ripetute nel tempo e che hanno una natura relazionale. Si tratta, cioè, di esperienze in cui la persona non si sente in pericolo di vita, ma che, gradualmente, ne intaccano il Sé, il nucleo profondo alla base della propria identità, rendendolo fragile. Traumi di questo tipo condizionano ciò che l’individuo pensa di se stesso, minano la sua autostima e, conseguentemente, tutta il suo funzionamento psichico. Eventi critici ripetuti che conducono a traumi con la t minuscola generalmente coinvolgono le figure genitoriali: quando un bambino riceve da chi lo accudisce messaggi svalutanti ripetuti, umiliazioni, noncuranza, violenze fisiche ed emotive, maltrattamenti di varia natura, anche di entità apparentemente non rilevante, può, nel corso del tempo, vedere minacciata la sua integrità psichica.

Ad esempio, un bambino che cresce sentendosi dire ripetutamente da una figura di riferimento (un genitore o un insegnante) ‘non sei capace’, ‘non ce la fai‘, inizierà a credere di essere davvero incapace; ciò lo porterà ad affrontare ogni esperienza – a scuola, con i compagni di giochi, nello sport – come se davvero non valesse nulla, e ad accumulare, una dopo l’altra, esperienze negative. Queste, a loro volta, non faranno altro che alimentare la sua credenza su di sé (‘allora è vero che non valgo niente‘) e condizioneranno intensamente la sua realizzazione come individuo.

Capiamo da questo semplice esempio come la presenza di traumi con la ‘t’ minuscola sia riscontrabile, nella vita di molti di noi, con maggiore frequenza rispetto ai traumi con la ‘T’.

Ciò che è importante comprendere è che non tutte le esperienze di eventi critici conducono al trauma. Ognuno di noi possiede un sistema innato di elaborazione delle informazioni che ci permette di “digerire” anche le esperienze sgradevoli; in pratica, il nostro cervello agisce in modo che la componente emotiva legata all’esperienza scivoli via, lasciando il posto ad un ricordo “cognitivo” dell’evento che è possibile inserire nella nostra storia di vita in modo funzionale: è possibile quindi ripensarci, riparlarne, senza per questo rivivere in modo dirompente l’evento stesso. Il trauma nasce, invece, da un “intoppo” in questo meccanismo.

In risposta ad alcuni eventi particolarmente critici, l’impatto emotivo è talmente elevato che il nostro cervello iperattiva alcune aree, (l’amigdala in particolare). Questa iperattivazione non consente lo svolgimento del normale processo di elaborazione dell’esperienza; questa viene, quindi, tramutata in un ricordo che rimane “congelato” nella nostra memoria in modo del tutto disfunzionale, cioè conserva le stesse identiche caratteristiche del momento in cui è stato vissuto. Il ricordo si chiude in una rete mnestica, cioè in una parte del cervello, scollegata da tutti gli altri ricordi elaborati; si scolla, si dissocia e agisce in maniera non controllabile. L’emotività che lo connota non viene elaborata e stimoli di varia natura possono riattivarla, in modo imprevedibile e non gestibile.

Sono numerose le variabili che intervengono nel processo che porta da un evento critico al trauma: l’età e la fase di sviluppo, le risorse personali di cui si è dotati al momento dell’evento, la ripetuta esposizione sono alcuni degli aspetti più rilevanti.

Adesso, torniamo per un attimo al nostro personaggio di oggi, e proviamo a dare una risposta al quesito di partenza. Il nostro indagatore dell’incubo fronteggia sempre situazioni in cui si trova faccia a faccia con il pericolo di morte, per lui e per chi lo circonda; nonostante ciò, sembra non rimanere bloccato da tali eserienze critiche che facilmente potrebbero tramutarsi in traumi con la ‘T’ maiuscola. Continua, infatti la sua missione, senza esitazioni.

Ad un’osservazione più attenta del personaggio, però, scopriamo che Dylan è ipocondriaco, claustrofobico e non prende l’aereo. Con un’alta probabilità, questi disturbi sono il risultato di una vita all’insegna degli eventi critici non del tutto elaborati.

Cerchiamo allora di comprendere meglio quali sono le conseguenze degli eventi traumatici fuori dalle pagine del fumetto.

Ma, allora, quali sono le conseguenze del trauma?

Di fronte ad eventi potenzialmente traumatici, nella maggioranza dei casi si va quindi incontro a reazioni emotive transitorie che, sebbene molto intense e dolorose, nonsi tramutano in disturbi veri e propri, ma fanno parte del naturale decorso di elaborazione dell’esperienza.

In una percentuale altissima di casi le persone ritrovano una condizione di equilibrio senza la necessità di ricorrere ad un intervento specialistico.

Ci sono casi, invece, in cui, anche a distanza di molto tempo, le persone portano conseguenze marcate dell’evento traumatico attraverso una serie di importanti segni.

Essi fanno capo alle seguenti categorie:

Tendenza a rivivere in maniera persistente l’evento attraverso pensieri intrusivi, sogni, reazioni di forte disagio emotivo di fronte a stimoli simbolicamente collegati all’evento.

Evitamento, cioè la tendenza ad evitare situazioni, luoghi e circostanze connesse all’evento.

Sintomi di iperattivazione, quali disturbi del sonno, tendenza a irritabilità e scatti d’ira, stati di allerta, mancanza di concentrazione.

Pensieri e stati d’animo negativi, con persistente senso di colpa, sensazione di inadeguatezza, di mancanza di controllo e di pericolo persistente, nonché ansia e senso di disperazione.

Quando tali sintomi sono persistenti e si manifestano in costellazioni particolari, ci troviamo di fronte a quello che viene chiamato Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD).

Esso è frequente, per esempio, nei militari reduci di guerra. Tale disturbo necessita di un intervento clinico specializzato, finalizzato a riabilitare la persona e a supportarla nel processo di rielaborazione.

Nello stesso modo, anche quando non si soddisfano i criteri del PTSD (cui sarà dedicato presto uno spazio a sé) ma sono presenti in modo persistente sintomi come quelli sopra elencati, si rende utile il ricorso ad uno specialista che possa sostenere la persona in un percorso di riduzione della sofferenza e di ricostruzione di una condizione di benessere psicofisico.

Perchè anche il cielo più nero, se lo si lascia scorrere, può lasciare nuovamente il posto ad una notte stellata.

(Nell’immagineNotte stellatadi Van Gogh – Immagine reperita dal WEB)

© copyright Francesca Morelli, tutti i diritti riservati

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